Translate

domenica 27 aprile 2014

Piccola Odissea in Sud Sudan (parte seconda)

Il Land Cruiser a Raja, pronto per la partenza...non arriveremo a destinazione
 Il vento soffia nei capelli in cima al camion barcollante, proviamo a vedere il lato positivo della situazione. Ridiamo, pensando a quante regole stiamo infrangendo e consolandoci pensando che è un’esperienza unica e probabilmente irripetibile. Il sole tramonta, sono le 7.30 di queste brevi sere africane: le palme, le acacie e i manghi all’orizzonte diventano sagome nere, in lontananza si ergono colonne di fumi, i contadini preparano così i campi per l’aratura, bimbi e bimbe magri e scalzi, con vestiti usurati e strappati portano grossi contenitori d’acqua sulla testa, oppure fratellini infagottati sulla schiena. L’aria si fa fresca ed è quasi subito notte, cala il buio su questa calda, sudata, impolverata ed imprevedibile giornata africana. Scoccano le 8, scatta il coprifuoco per movimenti dentro e fuori dalle città, il Sud Sudan è pur sempre un paese in guerra e questo è uno dei modi per controllare movimenti di ribelli, truppe ed esercito. Nel buio intravediamo il posto di blocco, fari spenti per comunicare la non aggressività del nostro convoglio. “Tutti giù” ci dicono, “non si puo procedere oltre, questa notte dormirete qua, si riparte domani mattina”. Nel buio, senza rete telefonica, non una luce, non una casa, solo sagome di baracche e minacciosi soldati del’SPLA che ci fissano severi. Alcuni parlano fra loro in arabo, non capiamo, ma sembrano rigidi, un soldato, visibilmente più ubriaco degli altri, sentendo Daniela lamentarsi e piagnucolare le aggredisce verbalmente. Controllo degli zaini, torce puntate in faccia e l’ansia di dover trascorrere la notte all’addiaccio, senz’ acqua, letto e cibo in compagnia di una decina di soldati dell’SPLA armati di sbornia e kalashnikov, un’accoppiata poco rassicurante.  Siamo disperati ma ci salva un soldato particolarmente comprensivo, impietositosi dalla nostra situazione (e dalla bugia che gli raccontiamo dicendogli che Daniela sta molto male). Nel più completo buio attraversiamo lo spazio fra le due sbarre del posto di blocco, il respiro affannoso di Daniela si mescola con i miei pensieri che si affollanno nel vano tentativo di trovare una soluzione. Mantengo la calma, proviamo a trovare una macchina per l’ “ammalata” Daniela, ci dicono di aspettare, non si sa ne chi ne cosa, ma aspettiamo. Il soldato, di cui vediamo solo i denti, gli occhi e la canottiera in quanto tutti bianchi e in risalto sulla pelle nera, ci offre due semi-fresche bottiglie d’acqua, un gesto semplice ma spontaneo, generoso e tenero, soprattutto in quella situazione.  Senza capire una parola delle discussioni fra soldati e autista torniamo indietro nel piu completo buio, la ghiaia sotto i piedi, il corpo diventa pesante ma le energie non mancano grazie a tutta l’adrenalina che abbiamo in circolo. Arriva il segnale di mobilitarsi, grazie a Daniela, tutto il camion può ripartire, mamme, bambini, vecchi e soldati risalgono a bordo e lentamente avanziamo nel buio, rotto solo dai fari deboli del vecchio camion azzurrino e dondolante.
All’improvviso la rete telefonica ritorna e ci permette di chimare aiuto da Wau, dove Chaplain il logista e altri nostri colleghi sono in pensiero per noi. Sono ormai le 10 e anche il coprifuoco all’interno della città è scattato, in teoria nessuna automobile può muoversi e nessun individuo può essere in strada a quell’ora, tranne i soldati e i poliziotti incaricati di far rispettare il coprifuoco. Dopo varie telefonate e una certa confusione dovuta alla situazione inaspettata sappiamo che la missione di salvataggio ci sta venendo in contro, ma dovra superare vari posti di blocco, e noi anche. Siamo di nuovo fermi, tutti giu, di nuovo quella frase scioccante: dormirete qui stanotte, soldati diversi, stessa scena, sguardi severi, dialoghi in arabo, soldati ubriachi e armati che ci perquisiscono, svuotare gli zaini un’altra volta, aliti di alcol e parole dure che ci fanno pensare al peggio. Intanto l’attesa dilata il tempo ma alla fine, la bianca auto guidata dal nostro “salvatore” Chaplain compare come un fantasma provvidenziale nella notte di carbone. Dopo una breve discussione, ripartiamo, ma dopo soli 300 metri un posto di blocco volante di ferma e ci chiede spiagazioni, non ci credono, non vogliono lasciarci passare, di nuovo quella frase: “Dormite qui e domani mattina ripartite”, questa volta la situazione e’ meno drammatica, le luci di Wau sono in vista e siamo su un’auto “amica” protetti dallo “zio” Chaplain, un buon uomo alto e lungo, dallo sguardo lucido e dolce che a voltre si perde nei ritmi forsennati delle nostre pazze giornate in ufficio.
Villaggio di Riang Akol, Stato di Warrap, comitato a gricolo all'opera

Alla fine, dopo 15 minuti di contrattazioni e comunicazioni via radio col suo superiore, anche questo posto di blocco ci lascia proseguire, ci sentiamo al sicuro, ma la strada di casa è ancora lunga. Wau, dopo le 10 di sera è spezzata in 2 all’altezza del ponte che separa la città ”vecchia” dalla nuova zona di recente crezione dove la citta si è espansa negli ultimi anni. L’ultimo posto di blocco, torce in faccia anche qua, perquisizione e domande su dove andiamo e che facciamo, rispondiamo con la solita bugia: Daniela sta male e dobbiamo portarla a casa, veniamo da Raja, lavoriamo li a progetti di sviluppo, per favore lasciateci passare. Un altro quarto d’ora di sofferenza, sopportazione e trattative ma alla fine ci lasciano andare. Pensiamo sia fatta, non ci sono più posti di blocco fra il ponte e casa ma all’improvviso in mezzo alla strada, si materializzano 3 fantasmi col kalashnikov a tracolla, 3 soldati che quasi investiamo visto che ci aspettavano in piedi in mezzo alla strada. Dopo altri 5 minuti di spiegazioni, visto che siamo oltre il coprifuoco ci chiedono una piccola “tassa” per poter passare, una tassa davvero esorbitante: 10 pound sud sudanesi, circa 2 euro e 50, il costo di 4 pomodori, per capirci. Vediamo casa ormai, è a circa 300 metri, ora davvero niente di può più fermare, ci assale l’euforia e l’allegria per avercela fatta. Mi sento un po’ un sopravvissuto e penso dentro di me che ormai non ho niente da invidiare a Kapuscinsky, ho affrontato con successo vari posti di blocco, perquisizioni e intimidazioni verbali. Ho sentito il brivido della minaccia e della paura, per me e per Daniela, che in fondo, a Raja, poteva fare a meno di venirci e mi aveva accompagnato in questo inaspettatamente travagliato viaggio di lavoro.
Il cancello azzurrino di casa ACTED si apre ed entriamo in casa. Chaplain dovrà dormire da noi perche a quell’ora non puo più muoversi, per fortuna abbiamo stanze libere, gli do saponetta e asciugamano e gli auguro la buonanotte. Ora sognamo solo una bella doccia rinfrescante e il letto, ma l’ultima sorpresa della giornata è che in casa non c’è acqua, ma siamo talmente sporchi che non ce la sentiamo di andare a dormire con il sudore, la polvere e lo sporco di un giorno di viaggio. Addocchiamo le bottiglie d’acqua minerale nell’angolo, svuotiamo varie dozzine di bottigliette nel secchio di plastica blu e cosi ci facciamo la più costosa doccia della storia. Una bottiglia d’acqua da 600 centilitri qui costa quasi un euro, come minimo avremo usato 20 bottiglie, 20 euro per una doccia. Dopo uno spuntino rapidamente messo insime con quello che c’era in frigo ce ne andiamo a letto, stanchi, frustrati ma anche eccitati dall’avventura appena finita nei migliori dei modi. Inoltre, io, personalmente, da oggi mi sento anche un po’ più vicino a Kapuscinsky.

Enriqueta oggi ci spiega cosa fara' da grande:
Enriqueta: "Da grande saro' una femminista"..."pero' spero che gia non sara' piu' necessario"

sabato 19 aprile 2014

Piccola Odissea in Sud Sudan (parte prima)

Bimbe a Raja
L’ala dell’aereo in rottami della pista di Raja ci passa sopra la testa, l’aereo, arrugginito e dimenticato, relitto di quando l’aeroporto funzionava ed il paese era ancora uno solo. In macchina: Io, Daniela, l’agronomo Ibrahim e l‘autista Faisal alla guida, dopo una mattinata caotica ci siamo imbarcati nel viaggio di ritorno da Raja a Wau, 320 kilometri di terra rossa e polvere, circa 6 ore di dossi, cunette e sobbalzi. Il viaggio procede al meglio, leggo un po’ di Kapuscinsky, racconti della guerra d’Angola su strade come le nostre, ma nel bel mezzo di una guerra civile con mitra e posti di blocco presidiati da soldati giovani, affamati e ubriachi. Un po’ lo invidio per la temerarietà e per aver raccontanto fatti eclatanti di una storia violenta ma lontana ed affascinante. Ammiro il coraggio e la pazzia nel voler raccontare guerre d’altri al rischio della propria vita. Noi, con il nostro fuoristrada bianco, superiamo agevolmente un vecchio e traballante camion carico di sacchi di mais oltre ogni immaginazione, camion ulteriormente appensantito da 7-8 persone sedute in cima ai sacchi, salutiamo con un rapido gesto della mano e procediamo per la nostra strada.
Avvistiamo un ponte e capiamo che per Ibrahim e Faisal arriva il momento della pausa pranzo, asida (praticamente polenta senza sale) e pesce di fiume, fresco. Io e Daniela abbiamo già mangiato i nostri panini coi felafel in macchina. Fa molto caldo, si suda, e ora che siamo fermi ancora di più. Davanti a noi un rettilineo di saliscendi di terra rossa lungo qualche chilometro, fuori tanto sole e un’eterna distesa d’alberi verde chiaro a fare da cornice al nostro viaggio, dietro di noi solo tanta polvere, è il culmine della stagione secca, quando la terra è assetata e gli alberi attendono impazientemente le prime piogge.
All’improvviso, un rumore strano, Faisal si ferma a controllare, abbiamo forato, rapidamente ci mettiamo in azione: Ibrahim ai bulloni, Faisal al crick  ed io alla ruota di scorta cambiamo la ruota e ripartiamo tranquillamente verso Wau. Ma la sfortuna è di nuovo in agguato, e dopo pochi chilometri di saliscendi impolverati siamo di nuovo fermi e perplessi a fissare un pneumatico sgonfio, quello anteriore destro, di nuovo. Il team si riattiva, ma questa volta dobbiamo prendere la seconda ruota di scorta sul tettuccio del Land Cruiser, perplessi ed un po’inquietati cambiamo di nuovo la ruota sapendo che è l’ultima che abbiamo e che se forassimo ancora saremmo bloccati, senza possibilita di telefonare e lontanissimi dal primo centro abitato. Io e Daniela ci guardiamo, preoccupati ed io inizo a pensare, ho la sensazione che ci sia qualcosa che non va con l’auto e mi sembra che ad ogni sussulto l’auto cadrà in mille pezzi, lasciandoci appiedati in mezzo alle assolate colline che uniscono il Sud Sudan, il Sudan e la Repubblica Centroafricana, luoghi selvaggi ed inesplorati, in passato teatro d’azione del Lord Resistance Army di Joseph Kony, esercito ribelle dai tratti mistico-religiosi, spauracchio di vari governi dell’Africa centrale. E cosi succede l’irreparabile, terza foratura, questa volta su un tratto in discesa dove Faisal fa fatica a controllare l’auto e rischiamo di sbandare, peggiorando ulteriormente la situazione. Silenzio. Il silenzio di chi non sa cosa fare, dire o pensare. Scendiamo tutti e 4 dal’auto esterrefatti, increduli e confusi. Prendo il telefono satellitare ma essendosi acceso nello zaino ha la batteria quasi completamente scarica. La tensione sale e, fra le mosche, le api selvatiche e le mosche tze tze che infestano questa zona riflettere è davvero difficile, non c’è soluzione. Silenzio e domande senza risposta. La disperazione di porta a provare e collegare un caricabatteria per Nokia alimentato con l’accendisigari dell’auto con il caricabatteria con la presa a muro del telefono satellitare, speranza vana e piuttosto frustrante durata pochi minuti.
Dalla striscia rossa che scompare dietro la collina spunta improvvisamente il vecchio, dondolante e sovraccarico camion che trasporta mais e persone che abbiamo superato qualche chilometro prima. In 30 secondi decido di dividere il team, io e Daniela prendiamo un passaggio per andare a chiedere aiuto, Ibrahim e Faisal si fermano con l’auto. Spiace andare via, sopratttutto pensando che transcorreranno li la notte in mezzo ad api e animali selvatici ma anche a rischio di rapina da parte dell’animale piu’ pericoloso, quello a due gambe. Io e Daniela ci arrampichiamo sull’altissimo camion e ci sediamo sui sacchi di mais aggrappandoci dove possibile.

I nostri compagni di viaggio sono molto diversi fra loro. Il primo alla mia sinistra è un soldato, disarmato, in tuta mimetica verde e lucidi anfibi neri, guarda frequentemente me e Daniela e ride, da solo. Dietro di lui, una signora anziana, piccola, magra, rinsecchita, avvolta nei tipici drappi colorati per ripararsi dal vento e dalla polvere. Parla ad intervalli, a volte fitto fitto a volte ripetendo la stessa parola a voce alta, non capisco ma lei sembra divertita. Gli altri passeggeri sono giovani con maglie dell’Arsenal e del Manchester United, a pensarci bene, questo camion è assai rappresentativo del Sud Sudan: guerra, calcio e memoria tradizionale.

(continua)

In attesa della seconda parte, un sorriso con Liniers:
Enriqueta "Una vita piccolina e normale e' gia' qualcosa di straordinariamente incredibile"

domenica 16 febbraio 2014

Uscire dal Sud Sudan

Bambini a Wunriang, Stato Warrap

Il ritmico tintinnio delle scatole metalliche dei lustrascarpe mi sveglia, sette di mattina, bimbi lunghi, magri e coi vestiti stracciati si aggirano per le strade di Wau. Offrono servizio di pulitura e lustratura delle scarpe, il loro kit include una scatola con un po’ di lucido, una spazzola e un paio di ciabatte di gomma da dare al cliente durante l’operazione di lustratura. Apro gli oggi in questa mattina calda, l’aria calda entra dalla finestra, ho tolto la zanzariera, con la stagione secca non ci sono piu zanzare. Il cielo del Sud Sudan è sereno, azzurro chiaro, pulito, la gola ed il naso secchi, non piove da fine ottobre, la polvere si accumula dappertutto, si appiccica al collo sudato, si incolla al computer, si deposita su tutti gli oggetti di casa che rimangono immobili per qualche giorno. Uscendo per strada a mezzogiorno, sole a picco e brezza leggera, si ha la sensazione di trovarsi davanti ad un immenso phon.
La stagione secca, asciuga le strade e scalda gli animi, sono stati due mesi difficili per il Sud Sudan. Un lunedi mattina all’improvviso tutto è cambiato, inaspettatamente. Alle otto e mezza arrivo in ufficio, c’è tensione nell’aria, non ricordo come l’ho saputo, ma mi dicono che girano voci di un colpo di Stato a Juba, scontri per le strade e morti. La tensione cresce, mandiamo a casa quasi tutti, rimaniamo io e il logista, Chaplain, per assicurarci che tutto sia a posto ed in ordine, scatta subito la preparazione per l’emergenza: radioline cariche, telefono satellitare nel caso blocchino la rete telefonica per ostacolare i ribelli, ricariche telefoniche a volonta’, cibo in scatola, pasta, riso, acqua da tenere in casa, la confusione potrebbe durare dei giorni, dicono. Radio Miraya, principale emittente del paese e’ muta, non un bel segno. Ci rifugiamo a casa, le strade sono deserte, regna un silenzio surreale, parcheggiamo la macchina col muso in avanti pronti a partire, se serve, verso UNMISS (Missione delle Nazioni Unite in Sud Sudan). Proprio a UNMISS, in altre città, trovano da subito rifugio migliaia di sudsudanesi shoccati, terrorizzati dalle violenze e dalle uccisioni che stanno facendo ripiombare il paese nell’incubo pluridecennale della guerra da cui questo popolo fragile sta lentamente provando a riprendersi. Torna la paura, evidente sulle facce preoccupate di chi sa cosa significa la guerra. Per noi è diverso, per noi la guerra è una noia da studiare sui libri di storia, qualcosa di affascinante nei film americani oppure al massimo un commovente servizio del telegiornale che ci rovina la cena. Giovani europei, da due generazioni senza guerra (per fortuna) ci si ritrova catapultati in dinamiche, sensazioni ed emozioni nuove, strane, confuse. Al massimo abbiamo sentito la guera raccontata dai nonni ma per noi è una cosa lontana, finchè non ti trovi all’aeroporto, provando ad uscire dal paese, a destra, il bianco cancello d’accesso al rosso e polveroso piazzale dell’aeroporto, a sinistra, qualche centinaio di soldati in divisa, seduti per terra con il fucile in mano. Cantano, non capisco le parole ma l’eco di quelle voci fa gelare il sangue nelle vene. Ci mettiamo in coda, in piedi, valigia in mano, fuori dall’aeroporto, la signora del controllo sicurezza è in ritardo. 
Donne a Wunriang, Stato Warrap

Per rompere la tensione ed ingannare l’attesa si fa una chiaccherata, non vediamo l’ora di andarcene, Daniela mi aspetta a Dar es Salaam, 2 coincidenze da Wau: Juba e poi Entebbe, spero di farcela. L’intero traffico aereo nazionale è bloccato, perchè, oltre alle violenze a Juba, il giorno prima è esploso il pneumatico di un aereo in atterraggio che ha bloccato decolli e atterraggi per l’intera giornata. Il sovraccarico sulle compagnie aeree è allucinante, nel paese tanti vogliono andarsene, chi non ha volato negli  scorsi vuole volare, chi aveva prenotato per oggi pure. Sul volo da Wau a Juba supplico l’assistente di volo di chiedere che l’aereo da Juba ad Entebbe mi aspetti. Per tutta risposta 20 minuti dopo mi dice che è gia partito, addirittura in anticipo. Quello che non sapevo è che invece dei soliti 2 voli Juba-Entebbe oggi ce ne saranno 6 (solo con Air Uganda) e quindi sono partiti per iniziare a smaltire i passeggeri dei giorni precedenti. La tensione sale, l’aeroporto di Juba, in giorni normali un girone d’inferno, e’ oggi la realizzazione pratica dell’anarchia. I soldati all’entrata provano a gestire una fila di passeggeri stanchi, stressati ed impauriti. In qualche modo riesco ad entrare e mi metto in fila per il check in, nessuno sa e capisce nulla, ci si mette in piedi da qualche parte infilandosi nei buchi e spingendo per raggiungere il banco qualche minuto prima della persona a fianco a te, un vero gioco al massacro. L’aspetto positivo è che è impossibile cadere perche si è spinti in maniera uguale da tutti i lati come ad un concerto rock, ma senza musica, cantanti, luci e chitarre, solo tanto sudore e nervosismo. Dopo circa un’ora e mezza al check-in ottengo il “biglietto” c’e il numero del volo ma non si sa esattamente se e quando il volo partira’, alla domanda di quando partira il volo, le addette della Air Uganda, le quali meritano un premio per la calma che riescono a mantenere davanti a quella folla di passeggeri vocianti e arrabbiati, rispondono solo: “Entra e aspetta”. Grazie, penso frustrato dentro di me.
Seconda fila, il timbro d’uscita sul passaporto, qui ci sono 3 file (che si intersecano con quelle del check-in e con la gente che va a depositare i bagagli sul nastro trasportatore) mi metto a quella all’estrema destra, la più breve, sbagliando scelta, perche l’addetta, una donna sulla quarantina, è di una lentezza esasperante, anche per questa fila ci vuole quasi un’ora. Il tutto succede in circa 20 metri quadrati che separano il check-in dallo sportello dell’immigrazione.

Ora inizia il bello, la fila vera e propria, le spalle mi fanno già male, tolgo lo zaino e lo appoggio per terra. Solitamente la coda per entrare nella zona d’attesa dell’aerporto di Juba è un assembramento di persone che conserva la parvenza di una fila, magari 2-3 file parallele che si incontrano ad imbuto sulla porta d’entrata, ma, di solito, la parvenza di fila c’è. Questa volta siamo come tanti granelli di sabbia che vogliono passare dall’altra parte della clessidra nello stesso momento. Per qualche motivo però, la clessidra e’ piena e quindi per circa un’ora e mezza non mi sposto di un solo centrimentro in avanti. Fra aerei delle ambasciate, voli speciali, charter privati (1,500 dollari a testa un volo di un’ora e poco più per  Kampala) e confusione generale di un aeroporto troppo piccolo e troppo disorganizzato. La clessidra si è intoppata. Sono quasi le due, sono in fila dalle 9 e 40 e avro percorso al massimo 40 metri sommando le 3 file, leggo, ma la preoccupazione di perdere la coincidenza per Dar es Salaam non mi lascia stare. Provo a chiamare Daniela, non ho soldi, il mio amico Ray, mi presta un Blackberry che non so usare. Avviso Daniela che ancora non so se ce la faro’, il volo da Entebbe a Dar es Salaam parte verso le 4 e mezza. Verso le 3 del pomeriggio riesco a superare il controllo sicurezza, più inutile del solito viste le circostanze. L’addetto nemmeno guarda lo schermo dei raggi X, la sala d’attesa è piena in ogni suo angolino: giapponesi col cappello, famiglie sud sudanesi con bimbi in braccio, americani che parlano a voce altissima lamentandosi per la situazione, volti tirati, stanchi, a volte disperati. Io credo di aver perso il volo per Dar, passo altre 3 ore e mezza di attesa con Ray e con il suo collega Herbert, i quali, hanno amici che passano loro informazioni sui voli in partenza ed in arrivo: il mio, mai. Una vera tortura che rende l’attesa snerbante. Alle 6 scatta il coprifuoco a Juba, quindi se l’ aereo non arriva ci tocca dormire in aeroporto, impossibile muoversi per la città, in questi giorni il coprifuoco è molto rigido e farsi sparare addosso non è difficile. Alle 6 e 20, all’ imbrunire, ecco gli aerei Air Uganda, tre, tutti insieme, tutti i passeggeri dei tre voli si affrettano alla stretta porta d’ uscita e di forza usciamo tutti in mezzo alla pista di atterraggio cercando il nostro aereo con il biglietto in mano, come essere alla stazione degli autobus di una citta’ che non si conosce, solo che qui, la destinazione non è scritta da nessuna parte. Sudo, ma spero ancora di farcela, nel frattempo ho pensato a Daniela che dovra tornare da sola, ho pensato di comprare un volo per il Cairo dove potrei ancora raggiungerla e arrivare insieme a Roma, ho pensato tante cose ma mai avrei pensato che Air Uganda avrebbe ritardato il volo per Dar es Salaam di 4 ore solo per aspettare me ed un altro passeggero, tanzaniano, che lavora all’UNICEF (con cui scopro incredibilmente di avere un’amica in comune); di corsa saliamo sul volo per Dar es Saalam, con una meritata e freschissima birra Tusker mi rilasso e sono felice, volo verso Dar, e verso Daniela. Arrivo a Dar, caldo umido ad accogliermi, sono stanco, le spalle fanno male per le tante ore di viaggio ma soprattutto per la lunga attesa in piedi, faccio un visto breve, esco, passo la porta scorrevole...finalmente.

Ora una vignetta sulla neve, con Liniers e i pinguini della Patagonia:
"E' uguale uguale"

martedì 14 gennaio 2014

Africa, asilo a cielo aperto

Bambini masaai in Tanzania (photo by: Daniela Biocca)
Bambini, tanti bambini, bambini ovunque, a volte, in Africa, si ha la sensazione di trovarsi in un immenso asilo, un asilo senza pareti e senza tetto, se non quello delle palme e dei manghi che offrono riparo dal sole africano. Bambini in ogni luogo, magri, grassi, sporchi, puliti, con la pancia gonfia, coi capelli impolverati o curatissimi come le dive del cinema. Bambini allegri e piagnucoloni, svegli e imbranati, curiosi e disinteressati, timidi e spavaldi, sorridenti e arrabbiati, delusi e stupiti, imbarazzati e disinvolti ma sempre e comunque bambini.
Bambini rannicchiati in cerchio davanti ad un fuoco alimentatato dall’ immondizia, aria fresca nella mattina di Wau, piccoli, magri bimbi dinka, vestititi con giacche trovate chissa’ dove, ognuno con la sua bottiglietta di plastica, no, non per bere ma per non sentire la fame, inalando i vapori chimici della colla bianca, loro cibo, acqua e mamma.
Bambini piccoli e grandi che giocano con il fuoco dell’erba secca di questa torrida stagione in Sud Sudan, l’erba diventa gialla, l’aria secca come paglia, il vento dal nord porta la polvere rossa che ti entra dentro. L’odore dell’erba bruciata aleggia nell’aria, i bambini sorridono e giocano con le fiamme piu’ grandi di loro a pochi metri da casa ma lontano dallo sguardo di una mamma che non c’e’ o non ci vuole essere.
Bambini che ti chiamano per nome, ma con il nome sbagliato, il nome di altre bianche fugaci apparizioni nel loro universo: opoto, mzungu, kawaja. Voci allegre che risuoneranno nelle mie orecchie per sempre migliaia di voci diverse fuse in un ricordo unico e indistito, senza faccia ne’ sorriso specifico ma come un mosaico di volti, occhi, nasi, sopracciglia, guance tonde e capelli ricci e crespi che formano un immenso puzzle di bambino.
Baraka - Bagamoyo (photo by Daniela Biocca)

Bambini e bambine a Bagamoyo, in Tanzania, che ballano scalzi mimando i movimenti degli adulti, pantaloncini corti e strappati oppure troppo lunghi, ereditati dal fratello maggiore, bambine coi capelli intrecciati, con perline colorate che adornano la piccola testolina tonda che contiene chissa’ quali sogni, speranze e fantasie che probabilmente seccheranno con l’entrata nell’eta’ adulta. Piccoli artisti circensi e ballerini in erba che si contorcono al ritmo di una radio logora ma potente sotto il sole caldo del tramonto africano.
Bambini che ti corrono in contro gridando e sorridendo afferrandoti e trascinandoti per le braccia, un’orda infantile invincibile, un esercito lillipuziano di denti bianchi in bocche che si aprono in teneri sorrisi luminosi di innocenza pura. Voci argentine che chiedono domande per il gusto di chiederle e di stabilire un contatto, sempre le stesse: “Come ti chiami? dove vai? cosa hai comprato?”
Bambini intenti a giocare sulla sabbia, ginocchia impolverate e vestiti di seconda mano oppure vestiti nuovi di plastica cinese. Le palme che cantano al ritmo del vento dell’Oceano, una moto che passa accelerando in lontananza, un autobus che riparte carico di gente sudata sotto il cocente sole del mezzogiorno. I bambini assorti nel loro mondo fatto di sabbia, pietre, bastoncini, bottiglie trovate per terra e carte colorate. Cucinano, progettano percorsi per poi stufarsi e costruire un trampolino da cui saltare e fare acrobazie e volteggi in aria.
Bambini che sorridono, timidi e abbassano lo sguardo, passano tenendosi per mano all’ombra di un mango che presto maturera’e dara loro l’ebbrezza della stagionale caccia al mango, delizioso premio da gustare indisturbati nel lento e sonnecchioso sabato pomeriggio, quando non si va a scuola e c’e piu tempo per divertirsi.
Bambini in Tanzania (photo by: Daniela Biocca)

Bambini che passano indifferenti, intenti a discutere di giochi con la stessa serieta’di  maturi ed impegnati uomini di affari che discutono di borsa e investimenti finanziari. Voce fintamente grossa per darsi importanza e dimostrare di capirne di piu degli altri, intense discussioni e a volte anche liti causate da chi non rispetta le regole del gruppo.
Bambini che seduti per terra a giocare ti chiedono soldi, foto, caramelle, penne o bottiglie di plastica e tu a rispondere: no, mi spiace, non ne ho...no, mi spiace sono finite...
Bambini di pochi mesi, piccoli ed infiesi nascosti in fagotti portati in spalla, calmi che dormono placidamente su un autobus affollato e rumoroso per poi svegliarsi al primo scossone e piangere finche la mamma non rimedia porgendo il suo seno, rimedio naturale ed universale che placa ansie e paure di tutti i bambini.
Bambini minuscoli, neonati di qualche settimana, con in testa un berretto di lana trasportati in autobus avvolti in una montagna di coperte. Fuori, 40 gradi e quell’umidita tropicale che rende la pelle umida e appiccicaticcia. Il sole picchia forte sul tetto dell’autobus, un signore grida in continuazione al telefono e una signora sapientona e chiassosa che con la sua voce stridula rende il viaggio una prova di resistenza e i con i suoi 100 chili ti obbliga a stringerti in 30 centimetri di sedile con le gambe rannicchiate.
Bambini che ti osservano, curiosi con i loro occhi grandi, lucidi e profondi, vivaci e sempre in movimento scrutano i tuoi capelli strani, quella barba diversa da quella dei loro padri. Allungano una mano per toccare, quasi che barba capelli e  naso fossero finti, ridono. Un attimo dopo scappano correndo con le loro gambette agili e i loro piedi scalzi che lasciano due impronte: una sulla sabbia e una sul tuo cuore.

Bambini in Africa, questo immenso asilo a cielo aperto dove ogni giorno migliaia di bambini nascono, ridono, giocano ma dove anche spesso vengono maltratti, rapiti, violentati, abbandonati, trattati come oggetti, scambiati per una mucca o un chilo di farina da quegli stessi adulti che a parole dicono di amarli e di volerne tanti, il piu possibile, strani, gli esseri umani adulti.

Liniers che con la bambina Enriqueta ci parla di semplicita' e speranza:
"Beh, quest'anno si presenta gia come interessante"

sabato 14 dicembre 2013

Ghana, quando la scuola e' davvero per tutti


Si chiamano scuole Omega, come l’ultima lettera dell’alfabeto greco, ma forse, visti i risultati eccellenti, dovrebbe chiamarsi alfa, come la prima lettera dell’alfabeto greco.
il modello delle scuole Omega sono nate qualche anno fa da un’idea di Ken e Lisa Donkoh, ghanesi, e James Tooley, un professore inglese esperto in educazione. L’obiettivo e’ di fornire istruzione di qualita’ anche ai bambini e alle bambine provenienti da famiglie vulnerabili e senza i mezzi economici per permettere ai loro figli di accedere ad un’educazione decente.
La soluzione trovata dai fondatori delle Omega school e’ tanto semplice quanto innovativa, con ottimi risultati sia in termini di qualita’ dell’istruzione che di numero di bambini e bambine iscritti, quasi tutti provenienti dagli strati piu poveri della societa’ ghanese.
Per facilitare le famiglie a pagare, invece di tasse annuali, il pagamento e’ giornaliero, basato sulla effettiva presenza in aula testimoniata dal database della scuola, per accedere alla quale serve un badge identificativo, 15 giorni all’anno sono gratis per coprire alcuni giorni in cui la famiglia non possa davvero permettersi la tassa. In questa tassa giornaliera e’ anche incluso: una mini assicurazione che permette ai bambini di portare e termine gli studi anche in caso di morte dei genitore; un pasto caldo e sostanzioso ogni giorno ed, infine, un programma di trattamento dai vermi intestinali che spesso affliggono i bambini in Ghana, danneggiando la loro capacita di assorbire le sostanze nutrititve e quindi rallentandone lo sviluppo e l’apprendimento.

Per assicurare bassi costi e alta qualita’ i curricula scolastici sono elaborati da insegnanti di altissimo livello ma tradotti in lezione quotidiana da neo-laureati appositamente formati che accettano anche salari piu bassi di un insegnante con esperienza.

Ogni scuola Omega e’ anche dotata di libri, cancelleria e autobus a disposizione degli studenti, nonche’ di un moderno laboratorio computer alimentato da pannelli solari, il modello ha attratto investimenti ed e’ in continua espansione anche grazie alla sua semplicita, sostenibilita’ economica e ottimi risultati. Una recente valutazione esterna ed indipendente condotta dal Ministero dell’ educazione ghanese ha rivelato come gli studenti delle scuole Omega siano preparati tanti quanto se non di piu rispetto ad altre costosissime scuole private e decisamente molto piu preparati rispetto agli studenti della precaria scuola pubblica ghanese.

E ora un sorriso con Enriqueta, Fellini e l'istruzione:
"Immagino che qui ci siano un sacco di risposte...pero' io ancora non ho le domande"

martedì 26 novembre 2013

In Kenya, la savana di silicio

Konza city - La nuova cittadella futuristica a Nairobi

Nairobi, tragicamente balzata di recente su tutte le prime pagine dei giornali, notiziari TV e siti d’informazione, non è solo un centro di snodo turistico per safari e vacanze su spiaggie bianche e incontaminate. Negli ultimi anni, qui si è sviluppata la cosiddetta Silicon Savannah, la versione africana della Silicon Valley statunitense, il primo centro regionale per la promozione e lo sviluppo d’innovazioni, soprattutto in campo tecnologico e informatico.

Il suo fulcro si chiama iHub ed è un punto di riferimento globale, il primo nel suo genere in Africa nonché la realtà che ha ispirato un movimento di giovani africani a ideare e sviluppare tecnologie per il mercato locale.
I risultati sono già notevoli, basti pensare alle piattaforme per il trasferimento di denaro via telefono come mPesa, che hanno portato milioni di africani nel mondo dei pagamenti elettronici senza bisogno di banche, bancomat e carte di credito. O a M-Farm, la piattaforma che aggiorna contadini sul prezzo di mercato dei loro prodotti in maniera che possano ottenere un prezzo reale e non essere vittima di intermediari, accordandosi fra di loro per trovare un acquirente comune e ottenere un prezzo migliore.
Questi successi hanno anche attirato l’attenzione dei giganti dell’informatica come Google e Microsoft, che sempre più spesso inseriscono nei loro viaggi d’affari anche una visita alla Silicon Savannah.
Il segreto? Le 3 “C”: comunità, connettività e… caffeina. Creare una comunità innovativa richiede innanzitutto giovani formati e di talento, a  volte da assumere offrendo loro quote della società per cui lavoreranno.
In secondo luogo, i talenti hanno bisogno di un ambiente che li supporti e li guidi, e la guida spesso viene da keniani ritornati dopo esperienze negli Stati Uniti – magari dopo aver lavorato nella Silicon Valley – i quali offrono anche modelli di successo da imitare e, possibilmente, da migliorare.
La connettività si basa su una rete solida e affidabile, un mercato della tecnologia cellulare ormai consolidato. Oltre a questo, servono anche legami commerciali internazionali con i vicini in Tanzania, Rwanda, Uganda e l’emergente Sud Sudan, ma anche con India e Stati Uniti.
Infine, la caffeina: il riferimento è a Pete’s Coffee, il bar che con i suoi caffè ha dato la sveglia alla rivoluzione tecnologica keniana, luogo d’incontro dove nascono nuove idee.


L’Italia non ha nulla da invidiare riguardo all’ ultima delle 3 “C”, riguardo alle altre 2 la situazione e' meno rosea nel Bel Paese, soprattutto perche' i nostri migliori talenti, una volta all’ estero, raramente tornano.

E dopo la tecnologia, un po' di sport con Enriqueta e Fellini:


lunedì 16 settembre 2013

L' Africa in movimento

Photo by: Daniela Biocca

L’ Africa è in movimento, in Africa le persone sono in movimento, in Africa i soldi sono in movimento. Ormai, ogni compagnia telefonica ha un suo nome: M-pesa, Tigo pesa, Airtel Money, Ezy Pesa, ed un suo colore: rosso Vodacom, blu Tigo, rosso Airtel e nero-verde Zantel. In Tanzania, in pochi anni sono proliferati centiaia di cartelli colorati in ogni villaggio, quartiere e cittá. I cartelli segnalano che da quel negozio è possibile inviare e ricevere denaro in tempo reale e a costo zero.
Le compagnie usano nomi diversi, ma sono tutti sinonimi dello stesso fenomeno dilagante: il trasferimento di denaro in tempo reale attraverso la rete telefonica (ed utilizzando la tecnologia telefonica). Le somme possono variare da pochi euro fino a centinaia di euro, il motivo per inviarli può essere semplice come pagare il taxi o più importante come mandare i soldi per pagare le tasse al figlio che studia a mille chilometri di distanza, il tutto in pochi secondi e da ogni punto di invio-ricezione di denaro. Il figlio dall’altro capo del paese, dopo pochi secondi puo’ recarsi in un qualsiasi punto di invio-ricezione e ritirare il contate per pagare le tasse.
In Tanzania, le banche sono poche, spesso lontante 3-4 ore di autobus sovraffollatti, spesso con 2 filiali che servono un bacino di clienti di 200-300 mila persone o più. Le banche, in Tanzania, sono costose e molto spesso inefficienti mentre i punti di invio-ricezione sono centinaia di migliaia, aperti spesso dalla mattina presto fino alla sera, senza le file che spesso si incontrano in banca e molto più amichevoli per il cliente.
Inoltre, la banca è spesso fonte di paura e diffidenza, questo luogo freddo e distaccato, dove un bancario, spesso stressato, scortese e con scarso spirito di servizio ti parla dall’altra parte del vetro, suscita reverenza e timore. Per molta gente delle zone rurali, recarsi in banca è estremamente difficile e complicato. Al contrario, andare ed inviare o ricevere i soldi in un semplice negozio, accolti da un addetto vestito come gli stessi clienti, magari in ciabatte e maglietta, rende l’esperienza molto piu’piacevole.
Photo by: Daniela Biocca

Il servizio è interamente gratuito se il numero è registrato ed abilitato ad accedere al servizio (a basso costo se il numero non e’ registrato), un’ operazione molto semplice, che richiede pochi secondi e può essere eseguita in uno dei migliaia di punti di invio di denaro, spesso semplici stanze disadorne con un cellulare ed una cassettina per i soldi. Gli addetti devono solamente saper contare i soldi e saper usare un cellulare, cosa che al giorno d’oggi, anche in Africa, tutti sanno fare, perciò la formazione degli addetti è molto breve. Il servizio è semplice, efficiente e funziona con qualsiasi tipo di cellulare.
Oltre all’incredibile diffusione e udo dei telefoni cellulari, altri motivi che spiegano il successo del trasferimento di contanti via rete telefonica sono: la struttura delle famiglie africane, il concetto di famiglia allargata e le condizioni di vita in questo continente imprevedibile. Le famiglie sono numerose, spesso formate da mamma, papa’ e 5,6 o anche piu’ figli, ai quali, si aggiungono nonni, zii, zie e figli o nipoti “adottati” in maniera informale. Succede spesso che una famiglia abbiente prenda sotto la sua responsabilita’ i figli dei parenti più poveri oppure veri e propri orfani, che sono tanti, viste le morti premature causate dall’ AIDS, la malaria, altre malattie letali e servizi sanitari poveri ed inadeguati.
Inoltre, la famiglia allargata in Tanzania, e’ anche mobile, per motivi di studio e di lavoro, i tanzaniani si trasferiscono e viaggiano molto frequentemente, capita spesso di sentire di persone che hanno frequentato le scuole elementari al nord, le superiori nella capitale e che hanno avuto il primo impiego nell’ovest del paese per poi trasferirisi altre 2 o 3 volte nel giro di pochi anni. Questa alta mobilita’ e legami famigliari estesi in un ambiente imprevedibile e difficile, come quello africano, rendono ancora piu’ importante avere accesso continuo ad informazioni e denaro contante, attraverso il cellulare e ai servizi di “denaro-mobile”.


Il trasferimento in tempo reale di denaro e’ solo il primo, piu’ comune e semplice dei servizi offerti. Ormai le compagnie telefoniche offrono veri e propri conti bancari virtuali dove accumulare contanti e con cui pagare bollette dell’elettricita’, dell’acqua o dei canali televisivi a pagamento. L’Africa e’in movimento, ed ha il cellulare in mano.

Liniers, con l'arte dei colori e della tenerezza:
"Passavi giusto da queste parti, vedi un po'..."