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domenica 16 febbraio 2014

Uscire dal Sud Sudan

Bambini a Wunriang, Stato Warrap

Il ritmico tintinnio delle scatole metalliche dei lustrascarpe mi sveglia, sette di mattina, bimbi lunghi, magri e coi vestiti stracciati si aggirano per le strade di Wau. Offrono servizio di pulitura e lustratura delle scarpe, il loro kit include una scatola con un po’ di lucido, una spazzola e un paio di ciabatte di gomma da dare al cliente durante l’operazione di lustratura. Apro gli oggi in questa mattina calda, l’aria calda entra dalla finestra, ho tolto la zanzariera, con la stagione secca non ci sono piu zanzare. Il cielo del Sud Sudan è sereno, azzurro chiaro, pulito, la gola ed il naso secchi, non piove da fine ottobre, la polvere si accumula dappertutto, si appiccica al collo sudato, si incolla al computer, si deposita su tutti gli oggetti di casa che rimangono immobili per qualche giorno. Uscendo per strada a mezzogiorno, sole a picco e brezza leggera, si ha la sensazione di trovarsi davanti ad un immenso phon.
La stagione secca, asciuga le strade e scalda gli animi, sono stati due mesi difficili per il Sud Sudan. Un lunedi mattina all’improvviso tutto è cambiato, inaspettatamente. Alle otto e mezza arrivo in ufficio, c’è tensione nell’aria, non ricordo come l’ho saputo, ma mi dicono che girano voci di un colpo di Stato a Juba, scontri per le strade e morti. La tensione cresce, mandiamo a casa quasi tutti, rimaniamo io e il logista, Chaplain, per assicurarci che tutto sia a posto ed in ordine, scatta subito la preparazione per l’emergenza: radioline cariche, telefono satellitare nel caso blocchino la rete telefonica per ostacolare i ribelli, ricariche telefoniche a volonta’, cibo in scatola, pasta, riso, acqua da tenere in casa, la confusione potrebbe durare dei giorni, dicono. Radio Miraya, principale emittente del paese e’ muta, non un bel segno. Ci rifugiamo a casa, le strade sono deserte, regna un silenzio surreale, parcheggiamo la macchina col muso in avanti pronti a partire, se serve, verso UNMISS (Missione delle Nazioni Unite in Sud Sudan). Proprio a UNMISS, in altre città, trovano da subito rifugio migliaia di sudsudanesi shoccati, terrorizzati dalle violenze e dalle uccisioni che stanno facendo ripiombare il paese nell’incubo pluridecennale della guerra da cui questo popolo fragile sta lentamente provando a riprendersi. Torna la paura, evidente sulle facce preoccupate di chi sa cosa significa la guerra. Per noi è diverso, per noi la guerra è una noia da studiare sui libri di storia, qualcosa di affascinante nei film americani oppure al massimo un commovente servizio del telegiornale che ci rovina la cena. Giovani europei, da due generazioni senza guerra (per fortuna) ci si ritrova catapultati in dinamiche, sensazioni ed emozioni nuove, strane, confuse. Al massimo abbiamo sentito la guera raccontata dai nonni ma per noi è una cosa lontana, finchè non ti trovi all’aeroporto, provando ad uscire dal paese, a destra, il bianco cancello d’accesso al rosso e polveroso piazzale dell’aeroporto, a sinistra, qualche centinaio di soldati in divisa, seduti per terra con il fucile in mano. Cantano, non capisco le parole ma l’eco di quelle voci fa gelare il sangue nelle vene. Ci mettiamo in coda, in piedi, valigia in mano, fuori dall’aeroporto, la signora del controllo sicurezza è in ritardo. 
Donne a Wunriang, Stato Warrap

Per rompere la tensione ed ingannare l’attesa si fa una chiaccherata, non vediamo l’ora di andarcene, Daniela mi aspetta a Dar es Salaam, 2 coincidenze da Wau: Juba e poi Entebbe, spero di farcela. L’intero traffico aereo nazionale è bloccato, perchè, oltre alle violenze a Juba, il giorno prima è esploso il pneumatico di un aereo in atterraggio che ha bloccato decolli e atterraggi per l’intera giornata. Il sovraccarico sulle compagnie aeree è allucinante, nel paese tanti vogliono andarsene, chi non ha volato negli  scorsi vuole volare, chi aveva prenotato per oggi pure. Sul volo da Wau a Juba supplico l’assistente di volo di chiedere che l’aereo da Juba ad Entebbe mi aspetti. Per tutta risposta 20 minuti dopo mi dice che è gia partito, addirittura in anticipo. Quello che non sapevo è che invece dei soliti 2 voli Juba-Entebbe oggi ce ne saranno 6 (solo con Air Uganda) e quindi sono partiti per iniziare a smaltire i passeggeri dei giorni precedenti. La tensione sale, l’aeroporto di Juba, in giorni normali un girone d’inferno, e’ oggi la realizzazione pratica dell’anarchia. I soldati all’entrata provano a gestire una fila di passeggeri stanchi, stressati ed impauriti. In qualche modo riesco ad entrare e mi metto in fila per il check in, nessuno sa e capisce nulla, ci si mette in piedi da qualche parte infilandosi nei buchi e spingendo per raggiungere il banco qualche minuto prima della persona a fianco a te, un vero gioco al massacro. L’aspetto positivo è che è impossibile cadere perche si è spinti in maniera uguale da tutti i lati come ad un concerto rock, ma senza musica, cantanti, luci e chitarre, solo tanto sudore e nervosismo. Dopo circa un’ora e mezza al check-in ottengo il “biglietto” c’e il numero del volo ma non si sa esattamente se e quando il volo partira’, alla domanda di quando partira il volo, le addette della Air Uganda, le quali meritano un premio per la calma che riescono a mantenere davanti a quella folla di passeggeri vocianti e arrabbiati, rispondono solo: “Entra e aspetta”. Grazie, penso frustrato dentro di me.
Seconda fila, il timbro d’uscita sul passaporto, qui ci sono 3 file (che si intersecano con quelle del check-in e con la gente che va a depositare i bagagli sul nastro trasportatore) mi metto a quella all’estrema destra, la più breve, sbagliando scelta, perche l’addetta, una donna sulla quarantina, è di una lentezza esasperante, anche per questa fila ci vuole quasi un’ora. Il tutto succede in circa 20 metri quadrati che separano il check-in dallo sportello dell’immigrazione.

Ora inizia il bello, la fila vera e propria, le spalle mi fanno già male, tolgo lo zaino e lo appoggio per terra. Solitamente la coda per entrare nella zona d’attesa dell’aerporto di Juba è un assembramento di persone che conserva la parvenza di una fila, magari 2-3 file parallele che si incontrano ad imbuto sulla porta d’entrata, ma, di solito, la parvenza di fila c’è. Questa volta siamo come tanti granelli di sabbia che vogliono passare dall’altra parte della clessidra nello stesso momento. Per qualche motivo però, la clessidra e’ piena e quindi per circa un’ora e mezza non mi sposto di un solo centrimentro in avanti. Fra aerei delle ambasciate, voli speciali, charter privati (1,500 dollari a testa un volo di un’ora e poco più per  Kampala) e confusione generale di un aeroporto troppo piccolo e troppo disorganizzato. La clessidra si è intoppata. Sono quasi le due, sono in fila dalle 9 e 40 e avro percorso al massimo 40 metri sommando le 3 file, leggo, ma la preoccupazione di perdere la coincidenza per Dar es Salaam non mi lascia stare. Provo a chiamare Daniela, non ho soldi, il mio amico Ray, mi presta un Blackberry che non so usare. Avviso Daniela che ancora non so se ce la faro’, il volo da Entebbe a Dar es Salaam parte verso le 4 e mezza. Verso le 3 del pomeriggio riesco a superare il controllo sicurezza, più inutile del solito viste le circostanze. L’addetto nemmeno guarda lo schermo dei raggi X, la sala d’attesa è piena in ogni suo angolino: giapponesi col cappello, famiglie sud sudanesi con bimbi in braccio, americani che parlano a voce altissima lamentandosi per la situazione, volti tirati, stanchi, a volte disperati. Io credo di aver perso il volo per Dar, passo altre 3 ore e mezza di attesa con Ray e con il suo collega Herbert, i quali, hanno amici che passano loro informazioni sui voli in partenza ed in arrivo: il mio, mai. Una vera tortura che rende l’attesa snerbante. Alle 6 scatta il coprifuoco a Juba, quindi se l’ aereo non arriva ci tocca dormire in aeroporto, impossibile muoversi per la città, in questi giorni il coprifuoco è molto rigido e farsi sparare addosso non è difficile. Alle 6 e 20, all’ imbrunire, ecco gli aerei Air Uganda, tre, tutti insieme, tutti i passeggeri dei tre voli si affrettano alla stretta porta d’ uscita e di forza usciamo tutti in mezzo alla pista di atterraggio cercando il nostro aereo con il biglietto in mano, come essere alla stazione degli autobus di una citta’ che non si conosce, solo che qui, la destinazione non è scritta da nessuna parte. Sudo, ma spero ancora di farcela, nel frattempo ho pensato a Daniela che dovra tornare da sola, ho pensato di comprare un volo per il Cairo dove potrei ancora raggiungerla e arrivare insieme a Roma, ho pensato tante cose ma mai avrei pensato che Air Uganda avrebbe ritardato il volo per Dar es Salaam di 4 ore solo per aspettare me ed un altro passeggero, tanzaniano, che lavora all’UNICEF (con cui scopro incredibilmente di avere un’amica in comune); di corsa saliamo sul volo per Dar es Saalam, con una meritata e freschissima birra Tusker mi rilasso e sono felice, volo verso Dar, e verso Daniela. Arrivo a Dar, caldo umido ad accogliermi, sono stanco, le spalle fanno male per le tante ore di viaggio ma soprattutto per la lunga attesa in piedi, faccio un visto breve, esco, passo la porta scorrevole...finalmente.

Ora una vignetta sulla neve, con Liniers e i pinguini della Patagonia:
"E' uguale uguale"

martedì 14 gennaio 2014

Africa, asilo a cielo aperto

Bambini masaai in Tanzania (photo by: Daniela Biocca)
Bambini, tanti bambini, bambini ovunque, a volte, in Africa, si ha la sensazione di trovarsi in un immenso asilo, un asilo senza pareti e senza tetto, se non quello delle palme e dei manghi che offrono riparo dal sole africano. Bambini in ogni luogo, magri, grassi, sporchi, puliti, con la pancia gonfia, coi capelli impolverati o curatissimi come le dive del cinema. Bambini allegri e piagnucoloni, svegli e imbranati, curiosi e disinteressati, timidi e spavaldi, sorridenti e arrabbiati, delusi e stupiti, imbarazzati e disinvolti ma sempre e comunque bambini.
Bambini rannicchiati in cerchio davanti ad un fuoco alimentatato dall’ immondizia, aria fresca nella mattina di Wau, piccoli, magri bimbi dinka, vestititi con giacche trovate chissa’ dove, ognuno con la sua bottiglietta di plastica, no, non per bere ma per non sentire la fame, inalando i vapori chimici della colla bianca, loro cibo, acqua e mamma.
Bambini piccoli e grandi che giocano con il fuoco dell’erba secca di questa torrida stagione in Sud Sudan, l’erba diventa gialla, l’aria secca come paglia, il vento dal nord porta la polvere rossa che ti entra dentro. L’odore dell’erba bruciata aleggia nell’aria, i bambini sorridono e giocano con le fiamme piu’ grandi di loro a pochi metri da casa ma lontano dallo sguardo di una mamma che non c’e’ o non ci vuole essere.
Bambini che ti chiamano per nome, ma con il nome sbagliato, il nome di altre bianche fugaci apparizioni nel loro universo: opoto, mzungu, kawaja. Voci allegre che risuoneranno nelle mie orecchie per sempre migliaia di voci diverse fuse in un ricordo unico e indistito, senza faccia ne’ sorriso specifico ma come un mosaico di volti, occhi, nasi, sopracciglia, guance tonde e capelli ricci e crespi che formano un immenso puzzle di bambino.
Baraka - Bagamoyo (photo by Daniela Biocca)

Bambini e bambine a Bagamoyo, in Tanzania, che ballano scalzi mimando i movimenti degli adulti, pantaloncini corti e strappati oppure troppo lunghi, ereditati dal fratello maggiore, bambine coi capelli intrecciati, con perline colorate che adornano la piccola testolina tonda che contiene chissa’ quali sogni, speranze e fantasie che probabilmente seccheranno con l’entrata nell’eta’ adulta. Piccoli artisti circensi e ballerini in erba che si contorcono al ritmo di una radio logora ma potente sotto il sole caldo del tramonto africano.
Bambini che ti corrono in contro gridando e sorridendo afferrandoti e trascinandoti per le braccia, un’orda infantile invincibile, un esercito lillipuziano di denti bianchi in bocche che si aprono in teneri sorrisi luminosi di innocenza pura. Voci argentine che chiedono domande per il gusto di chiederle e di stabilire un contatto, sempre le stesse: “Come ti chiami? dove vai? cosa hai comprato?”
Bambini intenti a giocare sulla sabbia, ginocchia impolverate e vestiti di seconda mano oppure vestiti nuovi di plastica cinese. Le palme che cantano al ritmo del vento dell’Oceano, una moto che passa accelerando in lontananza, un autobus che riparte carico di gente sudata sotto il cocente sole del mezzogiorno. I bambini assorti nel loro mondo fatto di sabbia, pietre, bastoncini, bottiglie trovate per terra e carte colorate. Cucinano, progettano percorsi per poi stufarsi e costruire un trampolino da cui saltare e fare acrobazie e volteggi in aria.
Bambini che sorridono, timidi e abbassano lo sguardo, passano tenendosi per mano all’ombra di un mango che presto maturera’e dara loro l’ebbrezza della stagionale caccia al mango, delizioso premio da gustare indisturbati nel lento e sonnecchioso sabato pomeriggio, quando non si va a scuola e c’e piu tempo per divertirsi.
Bambini in Tanzania (photo by: Daniela Biocca)

Bambini che passano indifferenti, intenti a discutere di giochi con la stessa serieta’di  maturi ed impegnati uomini di affari che discutono di borsa e investimenti finanziari. Voce fintamente grossa per darsi importanza e dimostrare di capirne di piu degli altri, intense discussioni e a volte anche liti causate da chi non rispetta le regole del gruppo.
Bambini che seduti per terra a giocare ti chiedono soldi, foto, caramelle, penne o bottiglie di plastica e tu a rispondere: no, mi spiace, non ne ho...no, mi spiace sono finite...
Bambini di pochi mesi, piccoli ed infiesi nascosti in fagotti portati in spalla, calmi che dormono placidamente su un autobus affollato e rumoroso per poi svegliarsi al primo scossone e piangere finche la mamma non rimedia porgendo il suo seno, rimedio naturale ed universale che placa ansie e paure di tutti i bambini.
Bambini minuscoli, neonati di qualche settimana, con in testa un berretto di lana trasportati in autobus avvolti in una montagna di coperte. Fuori, 40 gradi e quell’umidita tropicale che rende la pelle umida e appiccicaticcia. Il sole picchia forte sul tetto dell’autobus, un signore grida in continuazione al telefono e una signora sapientona e chiassosa che con la sua voce stridula rende il viaggio una prova di resistenza e i con i suoi 100 chili ti obbliga a stringerti in 30 centimetri di sedile con le gambe rannicchiate.
Bambini che ti osservano, curiosi con i loro occhi grandi, lucidi e profondi, vivaci e sempre in movimento scrutano i tuoi capelli strani, quella barba diversa da quella dei loro padri. Allungano una mano per toccare, quasi che barba capelli e  naso fossero finti, ridono. Un attimo dopo scappano correndo con le loro gambette agili e i loro piedi scalzi che lasciano due impronte: una sulla sabbia e una sul tuo cuore.

Bambini in Africa, questo immenso asilo a cielo aperto dove ogni giorno migliaia di bambini nascono, ridono, giocano ma dove anche spesso vengono maltratti, rapiti, violentati, abbandonati, trattati come oggetti, scambiati per una mucca o un chilo di farina da quegli stessi adulti che a parole dicono di amarli e di volerne tanti, il piu possibile, strani, gli esseri umani adulti.

Liniers che con la bambina Enriqueta ci parla di semplicita' e speranza:
"Beh, quest'anno si presenta gia come interessante"

sabato 14 dicembre 2013

Ghana, quando la scuola e' davvero per tutti


Si chiamano scuole Omega, come l’ultima lettera dell’alfabeto greco, ma forse, visti i risultati eccellenti, dovrebbe chiamarsi alfa, come la prima lettera dell’alfabeto greco.
il modello delle scuole Omega sono nate qualche anno fa da un’idea di Ken e Lisa Donkoh, ghanesi, e James Tooley, un professore inglese esperto in educazione. L’obiettivo e’ di fornire istruzione di qualita’ anche ai bambini e alle bambine provenienti da famiglie vulnerabili e senza i mezzi economici per permettere ai loro figli di accedere ad un’educazione decente.
La soluzione trovata dai fondatori delle Omega school e’ tanto semplice quanto innovativa, con ottimi risultati sia in termini di qualita’ dell’istruzione che di numero di bambini e bambine iscritti, quasi tutti provenienti dagli strati piu poveri della societa’ ghanese.
Per facilitare le famiglie a pagare, invece di tasse annuali, il pagamento e’ giornaliero, basato sulla effettiva presenza in aula testimoniata dal database della scuola, per accedere alla quale serve un badge identificativo, 15 giorni all’anno sono gratis per coprire alcuni giorni in cui la famiglia non possa davvero permettersi la tassa. In questa tassa giornaliera e’ anche incluso: una mini assicurazione che permette ai bambini di portare e termine gli studi anche in caso di morte dei genitore; un pasto caldo e sostanzioso ogni giorno ed, infine, un programma di trattamento dai vermi intestinali che spesso affliggono i bambini in Ghana, danneggiando la loro capacita di assorbire le sostanze nutrititve e quindi rallentandone lo sviluppo e l’apprendimento.

Per assicurare bassi costi e alta qualita’ i curricula scolastici sono elaborati da insegnanti di altissimo livello ma tradotti in lezione quotidiana da neo-laureati appositamente formati che accettano anche salari piu bassi di un insegnante con esperienza.

Ogni scuola Omega e’ anche dotata di libri, cancelleria e autobus a disposizione degli studenti, nonche’ di un moderno laboratorio computer alimentato da pannelli solari, il modello ha attratto investimenti ed e’ in continua espansione anche grazie alla sua semplicita, sostenibilita’ economica e ottimi risultati. Una recente valutazione esterna ed indipendente condotta dal Ministero dell’ educazione ghanese ha rivelato come gli studenti delle scuole Omega siano preparati tanti quanto se non di piu rispetto ad altre costosissime scuole private e decisamente molto piu preparati rispetto agli studenti della precaria scuola pubblica ghanese.

E ora un sorriso con Enriqueta, Fellini e l'istruzione:
"Immagino che qui ci siano un sacco di risposte...pero' io ancora non ho le domande"

martedì 26 novembre 2013

In Kenya, la savana di silicio

Konza city - La nuova cittadella futuristica a Nairobi

Nairobi, tragicamente balzata di recente su tutte le prime pagine dei giornali, notiziari TV e siti d’informazione, non è solo un centro di snodo turistico per safari e vacanze su spiaggie bianche e incontaminate. Negli ultimi anni, qui si è sviluppata la cosiddetta Silicon Savannah, la versione africana della Silicon Valley statunitense, il primo centro regionale per la promozione e lo sviluppo d’innovazioni, soprattutto in campo tecnologico e informatico.

Il suo fulcro si chiama iHub ed è un punto di riferimento globale, il primo nel suo genere in Africa nonché la realtà che ha ispirato un movimento di giovani africani a ideare e sviluppare tecnologie per il mercato locale.
I risultati sono già notevoli, basti pensare alle piattaforme per il trasferimento di denaro via telefono come mPesa, che hanno portato milioni di africani nel mondo dei pagamenti elettronici senza bisogno di banche, bancomat e carte di credito. O a M-Farm, la piattaforma che aggiorna contadini sul prezzo di mercato dei loro prodotti in maniera che possano ottenere un prezzo reale e non essere vittima di intermediari, accordandosi fra di loro per trovare un acquirente comune e ottenere un prezzo migliore.
Questi successi hanno anche attirato l’attenzione dei giganti dell’informatica come Google e Microsoft, che sempre più spesso inseriscono nei loro viaggi d’affari anche una visita alla Silicon Savannah.
Il segreto? Le 3 “C”: comunità, connettività e… caffeina. Creare una comunità innovativa richiede innanzitutto giovani formati e di talento, a  volte da assumere offrendo loro quote della società per cui lavoreranno.
In secondo luogo, i talenti hanno bisogno di un ambiente che li supporti e li guidi, e la guida spesso viene da keniani ritornati dopo esperienze negli Stati Uniti – magari dopo aver lavorato nella Silicon Valley – i quali offrono anche modelli di successo da imitare e, possibilmente, da migliorare.
La connettività si basa su una rete solida e affidabile, un mercato della tecnologia cellulare ormai consolidato. Oltre a questo, servono anche legami commerciali internazionali con i vicini in Tanzania, Rwanda, Uganda e l’emergente Sud Sudan, ma anche con India e Stati Uniti.
Infine, la caffeina: il riferimento è a Pete’s Coffee, il bar che con i suoi caffè ha dato la sveglia alla rivoluzione tecnologica keniana, luogo d’incontro dove nascono nuove idee.


L’Italia non ha nulla da invidiare riguardo all’ ultima delle 3 “C”, riguardo alle altre 2 la situazione e' meno rosea nel Bel Paese, soprattutto perche' i nostri migliori talenti, una volta all’ estero, raramente tornano.

E dopo la tecnologia, un po' di sport con Enriqueta e Fellini:


lunedì 16 settembre 2013

L' Africa in movimento

Photo by: Daniela Biocca

L’ Africa è in movimento, in Africa le persone sono in movimento, in Africa i soldi sono in movimento. Ormai, ogni compagnia telefonica ha un suo nome: M-pesa, Tigo pesa, Airtel Money, Ezy Pesa, ed un suo colore: rosso Vodacom, blu Tigo, rosso Airtel e nero-verde Zantel. In Tanzania, in pochi anni sono proliferati centiaia di cartelli colorati in ogni villaggio, quartiere e cittá. I cartelli segnalano che da quel negozio è possibile inviare e ricevere denaro in tempo reale e a costo zero.
Le compagnie usano nomi diversi, ma sono tutti sinonimi dello stesso fenomeno dilagante: il trasferimento di denaro in tempo reale attraverso la rete telefonica (ed utilizzando la tecnologia telefonica). Le somme possono variare da pochi euro fino a centinaia di euro, il motivo per inviarli può essere semplice come pagare il taxi o più importante come mandare i soldi per pagare le tasse al figlio che studia a mille chilometri di distanza, il tutto in pochi secondi e da ogni punto di invio-ricezione di denaro. Il figlio dall’altro capo del paese, dopo pochi secondi puo’ recarsi in un qualsiasi punto di invio-ricezione e ritirare il contate per pagare le tasse.
In Tanzania, le banche sono poche, spesso lontante 3-4 ore di autobus sovraffollatti, spesso con 2 filiali che servono un bacino di clienti di 200-300 mila persone o più. Le banche, in Tanzania, sono costose e molto spesso inefficienti mentre i punti di invio-ricezione sono centinaia di migliaia, aperti spesso dalla mattina presto fino alla sera, senza le file che spesso si incontrano in banca e molto più amichevoli per il cliente.
Inoltre, la banca è spesso fonte di paura e diffidenza, questo luogo freddo e distaccato, dove un bancario, spesso stressato, scortese e con scarso spirito di servizio ti parla dall’altra parte del vetro, suscita reverenza e timore. Per molta gente delle zone rurali, recarsi in banca è estremamente difficile e complicato. Al contrario, andare ed inviare o ricevere i soldi in un semplice negozio, accolti da un addetto vestito come gli stessi clienti, magari in ciabatte e maglietta, rende l’esperienza molto piu’piacevole.
Photo by: Daniela Biocca

Il servizio è interamente gratuito se il numero è registrato ed abilitato ad accedere al servizio (a basso costo se il numero non e’ registrato), un’ operazione molto semplice, che richiede pochi secondi e può essere eseguita in uno dei migliaia di punti di invio di denaro, spesso semplici stanze disadorne con un cellulare ed una cassettina per i soldi. Gli addetti devono solamente saper contare i soldi e saper usare un cellulare, cosa che al giorno d’oggi, anche in Africa, tutti sanno fare, perciò la formazione degli addetti è molto breve. Il servizio è semplice, efficiente e funziona con qualsiasi tipo di cellulare.
Oltre all’incredibile diffusione e udo dei telefoni cellulari, altri motivi che spiegano il successo del trasferimento di contanti via rete telefonica sono: la struttura delle famiglie africane, il concetto di famiglia allargata e le condizioni di vita in questo continente imprevedibile. Le famiglie sono numerose, spesso formate da mamma, papa’ e 5,6 o anche piu’ figli, ai quali, si aggiungono nonni, zii, zie e figli o nipoti “adottati” in maniera informale. Succede spesso che una famiglia abbiente prenda sotto la sua responsabilita’ i figli dei parenti più poveri oppure veri e propri orfani, che sono tanti, viste le morti premature causate dall’ AIDS, la malaria, altre malattie letali e servizi sanitari poveri ed inadeguati.
Inoltre, la famiglia allargata in Tanzania, e’ anche mobile, per motivi di studio e di lavoro, i tanzaniani si trasferiscono e viaggiano molto frequentemente, capita spesso di sentire di persone che hanno frequentato le scuole elementari al nord, le superiori nella capitale e che hanno avuto il primo impiego nell’ovest del paese per poi trasferirisi altre 2 o 3 volte nel giro di pochi anni. Questa alta mobilita’ e legami famigliari estesi in un ambiente imprevedibile e difficile, come quello africano, rendono ancora piu’ importante avere accesso continuo ad informazioni e denaro contante, attraverso il cellulare e ai servizi di “denaro-mobile”.


Il trasferimento in tempo reale di denaro e’ solo il primo, piu’ comune e semplice dei servizi offerti. Ormai le compagnie telefoniche offrono veri e propri conti bancari virtuali dove accumulare contanti e con cui pagare bollette dell’elettricita’, dell’acqua o dei canali televisivi a pagamento. L’Africa e’in movimento, ed ha il cellulare in mano.

Liniers, con l'arte dei colori e della tenerezza:
"Passavi giusto da queste parti, vedi un po'..."

lunedì 2 settembre 2013

Storie di bottiglie


Sono una bottiglia di plastica, bella alta, trasparente, pulita. Sto in un frigorifero pieno di cose da mangiare, pomodori, insalata, olive, yogurt, di tanti colori diversi, dei pezzi che sembrano fatti di latte ma duri, altre scatole colorate che non so cosa contengano. Ognitanto la signora che mi ha portato qui mi prende, mi toglie il tappo (lei non lo sa ma a me da un po’ fastidio) appoggia le labbra, rosse, turgide, morbide, beve l’acqua dentro di me a grandi sorsi, con forza decisione, quasi disperata. Molto spesso e’ vestita in maniera sportiva, quando arriva e’ ancora sudata, parla in quel coso nero che appoggia all’orecchio, chissa’ con chi. Parla di liti, gelosia, conflitti, si sente sola. Mi sa che lo e’, io la vedo poco ma e’ sempre di corsa, sempre stressata, mai una parola dolce, non l’ho mai sentita sussurrare, grida sempre, chissa perche. Io sto bene, non mi lamento, sai, sono nata alla periferia di Roma, ero blu, mi hanno portato da Roma in Umbria, riempito di acqua, gas e pure messo un’etichetta colorata che mi ha fatto il solletico. Dopodiche’ mi hanno chiuso in un camion al buio e fatto viaggiare per un giorno intero, quando ho rivisto la luce ero a fianco di tante altre bottiglie come me in un posto luccicante e luminoso. La signora che mi ha comprato mi ha scleto perche dice che anche se costo un po’di piu’ le faccio fare tanta plim plim chissa’ cosa significa costare...chissa’cos’e questa plim plim
Sono una bottiglia di plastica, piccolina, ammaccata, con qualche graffio ee l’etichetta strappata. Sono nella tasca di una giacca, il signore che mi ha comprato mi prende in mano di tanto in tanto, mi toglie il tappo e beve piano piano. Parla con un signore dalla pelle del colore della sua, diceh che oggi ha venduto poco, per strada, solo 5 accendini e 2 pacchetti di fazzoletti, e’ un po’ preoccupato, fra 3 settimane inizia la scuola e lui deve pagare le tasse, gli zaini nuovi, il libri e tutta la cancelleria per mandare 3 dei 5 figli a scuola. E’ molto magro, attraverso la giacca posso sentire le sue costole, parla in modo strano, diverso dagli operai della fabbrica dove sono nata, dice che se continua cosi se ne va in Francia, dove un suo cugino ha una pizzeria alla periferia di Parigi. Non sembra contento, dice che in un posto chiamato Damasco era ingegnere in una piccola fabbrica ma che da ormai una anno e’ in Italia e si “arrangia” chissa cosa vuol dire arrangiarsi, non sembra contento, non dev’essere una bella cosa. Lui si ne ha fatta di strada, dalla Turchia attraverso i Balcani e poi in Albania, che viaggio! Dice che cosi almeno i suoi figli sono al sicuro anche se gli e’ costato i risparmi di 20 anni di lavoro.
Sono una bottiglia di plastica, non ricordo bene, ma credo di essere nata in Kenya, o in Uganda, appena nata, dopo 3 giorni di viaggio mi hanno portato in un negozio polveroso, ero esposta su uno scaffale in un negozio davanti alla moschea, il posto si chiama Pariang, dicono che sia da qualche parte in uno stato nuovo, che si chiama Sud Sudan. Un uomo con la pancia, la giacca e la cravatta che la gente chiama onorevole mi ha comprata. Avidamentem mi ha afferrata e ha bevuto quasi la meta’ dell’acqua che avevo dentro. Mi teneva stretta, con le sue mani grandi, lunghe e sudate. Siamo andati in uno spiazzo pieno di tende bianche che chiamano campo rifugiati, e’ sceso dal fuoristrada bianco, ha dato un ultimo sorso alla poca acqua rimasta, si e’ asciugato con le mani la bocca grande e ha orgogliosamente detto: “Facciamo in fretta che ho fame”. Ha fatto un giro nel campo rifugiati, una distesa marrone e verde, allagata per le piogge degli ultimi 2 mesi, con migliaia di uomini donne e bambini, dicono che sono stranieri ma e me sembrano uguali agli altri. Dopo che il signore alto mi ha gettato per terra sono stata raccolta da una bambina, avra’ 4 o 5 anni, piccolina, magra, scalza,fango fino alle ginocchia e delle meravigliose treccine chiuse in elastici gialli, rosa, rossi e azzurri. Quando mi ha visto il suo viso si e’ aperto in un grande sorriso bianco, grindando:”crystal!” felicissima mi ha preso in mano come nessuno aveva mai fatto, con affetto, sorpresa e devozione. Mi ha preso, portata ad un rubinetto e mi ha riempito d’acqua contentissima ha appoggiato le sue labbra sottile ed un po’screpolate, poi mi ha passata ad una sua amica anche lei lunga magra e dai vestiti sporchi e stracciati. Con me in mano mi sembrano felici, giocano, guardano dentro, mi accarezzano, mi sento amata e venerata come un oggetto nuovo e speciale, nessuno mi aveva mai fatto sentire cosi prima, voglio bene a queste bimbe che mi hanno accolto e amato.
Sono una bottiglia di plastica, e’ ancora buio, non vedo l’ora che finisca questa notte, fa freddo, ieri sera un tipo pallido, con la barba, che guidava una macchina bianca mi ha gettato dalla sua auto in corsa, puzzava di birra. Ora sono qui, sulla rossa terra del Sud Sudan, sono a Wau, stanotte ha anche piovuto, e a pochi metri da me vedevo delle sagome scure appoggiate al muro, sembravano dei sacchi neri, nel buio mi sono addormentata ma ad un certo punto ho sentito delle voci, i sacchi neri hanno iniziato a prendere vita, a parlare a salutarsi, a stiracchiarsi, sorridere e scherzare. Piano piano, nel buio della notte di Wau hanno iniziato a raccogliere pezzi di carta, legno e plastica, li hanno messi insieme e hanno acceso un fuoco, erano in 5 o 6 intirizziti dal freddo e dalla pioggia torrenziale di questa notte equatoriale. Sono tutti ragazzi, alti magri, hanno cicatrici e ferite, i loro occhi a volte quardano in direzioni diverse, i capelli sono secchi, ispidi e impolverati. Alle prime luci del mattino un ragazzetto dallo sguardo vispo mi ha visto e gridando mi ha afferrato ridendo e prendendo in giro gli altri. Dopo circa mezz’ora che mi teneva in mano mi ha versato dentro una sostanza bianca, appiccicosa, densa e dall’odore pungente e penetrante. A me non piace questa sensazione, sono abituata ad avere acqua pura dentro di me, invece questo bimbo dispettoso mi ha messo dentro una cosa che lui chiama “colla” chissa cosa sara’. Sono le prime luci dell’alba, il sole sorge dietro le colline di Wau, arancione sopra i manghi, gli uccelli si alzano in volo, neri contro il cielo rosato dell’alba, il bimbo toglie il tappo, appoggia le labbra e aspira l’aria mista a colla che penetra nei suoi polmoni ed arriva dritta al cervello. Un avvoltoio gracchia e scava fra la spazzatura mentre il fuoco acceso dai bimbi continua ad esalare odore di plastica, poverta’ ed ingiustizia.

E’ mezzogiorno, il bimbo aspira, due, tre, quattro volte; il sole, brillante, e’ alto nel cielo ormai ma gli oggi del bimbo si socchiudono ed il suo cervello si spegne come la luce del sole al tramonto. Il bimbo, spossato e spento, si siede per terra, stordito e sonnolento, dimenticando la fame ed il dolore, come una luna stanca e sporca.

Ora un tramonto, reso ancora piu' poetico da Liniers e i suoi pinguini:
1. "Se ne va di nuovo..."   2. "Hai detto qualcosa che lo puo' aver offeso?"

sabato 24 agosto 2013

La luna e il ramadan


Silenzio…trattengo il fiato, ho gli occhi chiusi, non vedo…sento i polmoni gonfi...tutto è ovattato sott’acqua. Silenzio...questo liquido fresco mi scivola lungo il corpo provocandomi brividi alla schiena. Silenzio...trattengo il fiato...è buio. Emergo in superficie...respiro...i polmoni si aprono di nuovo. La cassa toracica si espande per raccogliere più ossigeno possibile. Appena emerso, l’acqua mi cola ai lati della testa, lasciando i capelli piatti e bagnati, aderenti, come una medusa sul mio cranio, una medusa che scende lungo il collo accarezzando la mia pelle. Apro gli occhi, è quasi notte, il sole è tramontato da un po’, la luna, un sorriso bianco e luminoso, distesa come a riposarsi su tappeto nero punteggiato di stelle. La luna distesa a riposarsi, come molti musulmani a quell’ora, stesi su stuoie ed intenti a mangiare l’ iftar (o futari nella versione tanzaniana), il pasto che rompe il digiuno.
Guardo la luna, la luna di Bagamoyo, nuoto nell’acqua già fresca della sera, sono solo, c’è silenzio, questo bagno mi ha tonificato, è strano fare il bagno di notte ma mi piace. In questo periodo dell’anno oltre un milione di persone sulla terra celebrano il loro mese sacro, il ramadan. Un po’ meno di un mese, circa 28 giorni, i più importanti dell’anno per i musulmani. Un periodo dedicato a Dio, alla preghiera, al raccoglimento, alla rinuncia, anzi alle rinunce, come prescrive il Corano.
Si associa spesso il ramadan al digiuno, ma il digiuno è solo uno degli aspetti di questo importantissimo periodo spirituale. L’intera esperienza del ramadan è molto più complessa di quanto generalmente si pensi. Seguire le prescrizioni coraniche è importante tutto l’anno per chi è fedele, ma lo diventa a maggior ragione in questo periodo dell’anno. Succede infatti che anche i musulmani “tiepidi”, ovvero coloro che non sempre seguono alla lettera le regole religiose: lasciandosi anche andare a qualche birra il sabato, un po’di carne di maiale di tanto in tanto, spesso in questo periodo diventano molto più osservanti. Rinunciano completamente a tutte le tentazioni, anche se poi spesso vengono ripreseimmediatamente dopo la tanto attesa fine del ramadan.
Bianchi come la luna, bisogna essere, durante il ramdam. L’anima pura, candida, non infuocata dalle passioni, nemmeno dalle “passioni matrimoniali”, nemmeno pensieri o sogni infuocati. Durante il ramadam bisogna sopire queste fiamme e lasciare spazio alla pace, alla tranquilla, alla purificazione al lavaggio interiore. La “penitenza” per chi si lascia infiammare dalle passioni carnali e’ assai severa (o costosa): digiunare per lteriori 60 giorni, oppure comprare un pasto medio per 60 persone povere. Un lavaggio e un ciclico svuotarsi e riempirsi quotidiano, come fa la luna durante un ramadan che si riempie e si svuota, cosi fanno i fedeli. Niente cibo e bevande per l’intera giornata per poi riempirsi a tempo dovuto e con i modi prescritti.
Ma c’e’ anche chi puo’ mangiare e bere in maniera normale: i bimbi, le donne in dolce attesa, gli anziani ammalati, le persone sieropositive e tutti gli ammalati gravi in generale ma anche due categorie assai particolari, e a volte sovrapposte: i viaggiatori e i matti.
Vivere in un luogo a larga maggioranza musulmana durante il periodo del ramadan è un’esperienza da provare, a Bagamoyo, in Tanzania, per esempio, tutto rallenta, ulteriormente. Il traffico diminuisce, ci sono meno persone in bar e ristoranti ma anche negli uffici. Nei villaggi più rurali si formano capannelli di persone sdraiate su stuoie per lunghissime ore all’ombra di qualche mango, alla domanda: ”Cosa fate?” la risposta è candidamente: “Tunafunga” (Digiuniamo), noi occidentali, cresciuti a pane, efficienza e produttivismo, facciamo fatica a capire come il “non fare niente”, il “digiunare” possa essere un’attività. In realtà, il concetto di ramadan è assolutamente affascinante, rallentare il ritmo della nostra vita, delle nostre attivitià, eliminare le attività di distrazione per concentrarsi sulla spiritualità, sull’interiorità, sulla preghiera, sull’introspezione, sulla riflessione, sul migliorarsi. 
Il ramadam in Tanzania sa di lampade a nafta che illuminano i volti nel buio della notte equatoriale, sa di cassava bollita in salsa di cocco, di spaghetti stracotti e dolci, sa di fagioli, odora di uji (farina cucinata con acqua e spezie da qui si ricava una bevanda liquida ma densa) che rompe il digiuno, il ramadan a Bagamoyo ha il rumore delle moto cinesi che passano e di quelle che si riaccendono dopo che i loro guidatori si sono rifocillati, ma anche quello dei bambini che per tutto il ramadan girano per le strade con dei tamburi improvvisati a cantare. Il ramadan ha ovviamente anche il rumore del muezzin che chiama alla preghiera nella moschea. Il ramadan è una famiglia felice che mangia insieme su una stuoia punteggiata di stelle e la luna sopra la testa. Il ramadan non segue il calendario occidentale, per questo inizia circa una settimana solare prima ogni anno. Il ramadan segue la luna, si inizia con una lamina sottile di luna che cresce fino ad essere piena, questo segna la metà del ramadan, la luna con la pancia piena ed i fedeli intenti a riempirsela prima di iniziare il digiuno del giorno dopo. Poi la luna di svuota lentamente, giorno dopo giorno, per scomparire brevemente prima della grande festa finale di eid-al-fitr.Un tripudio di vestiti nuovi, piccoli giocattoli, pasti in famiglia e passeggiate in spiaggia, avanti ed indietro in spiaggia finchè lei, la signora luna, elegante regolatrice della vita spirituale musulmana, ricompare, bianca e sottile sopra l’oceano all’imbrunire, stiracchiandosi sulla sua imensa stuoia stellata.


I pinguini e la luna:
Il giorno che cada quella palla di neve...tieniti forte