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mercoledì 5 novembre 2014
Notas de viaje...: In shaa allah - Se Dio vuole
Notas de viaje...: In shaa allah - Se Dio vuole: Un post nuovo che nella prima parte riprende un post vecchio... Sono una bottiglia di plastica, non ricordo bene, ma credo di essere ...
In shaa allah - Se Dio vuole
Un post nuovo che nella prima parte riprende un post vecchio...
Sono una bottiglia di plastica, non ricordo bene, ma credo di essere nata
in Kenya, o in Uganda, appena nata, dopo 3 giorni di viaggio mi hanno portato
in un negozio polveroso, ero esposta su uno scaffale in un negozio davanti alla
moschea, il posto si chiama Pariang, dicono che sia da qualche parte in uno
stato nuovo, che si chiama Sud Sudan. Un uomo con la pancia, la giacca e la
cravatta che la gente chiama onorevole
mi ha comprata. Avidamente, mi ha afferrata e ha bevuto quasi la metà
dell’acqua che avevo dentro. Mi teneva stretta, con le sue mani grandi, lunghe
e sudate. Siamo andati in uno spiazzo pieno di tende bianche che chiamano campo rifugiati, e’ sceso dal
fuoristrada bianco, ha dato un ultimo sorso alla poca acqua rimasta, si e’
asciugato con le mani la bocca grande e ha orgogliosamente detto: “Facciamo in fretta che ho fame”. Ha
fatto un giro nel campo rifugiati, una distesa marrone e verde, allagata per le
piogge degli ultimi 2 mesi, un lago di fango, escrementi ed immondizia, con
migliaia di uomini donne e bambini. Dicono che sono stranieri ma e me sembrano
uguali agli altri. Dopo che il signore alto mi ha gettato per terra sono stata
raccolta da una bambina, avrà avuto 4 o 5 anni, piccolina, magra, scalza,fango
fino alle ginocchia e delle meravigliose treccine, corte, chiuse in elastici
gialli, rosa, rossi e azzurri. Quando mi ha visto il suo viso si è aperto in un
grande sorriso bianco e luminoso grindando: ”Crystal!”
felicissima mi ha preso in mano come nessuno aveva mai fatto, con affetto, sorpresa
e devozione. Awadia, credo sia il
nome della bimba, che tutti chiamano per provare a rubarmi dalle sue mani, ma
Awadia non mi ha mollato, mi ha preso, portata ad un pozzo e mi ha riempito
d’acqua, contentissima ha appoggiato le sue labbra sottili e un po’ screpolate,
poi mi ha passata ad una sua amica, che si chiama Rabha, anche lei lunga, magra
e dai vestiti sporchi di terra, consumati e stracciati. Con me in mano mi
sembrano felici, giocano, guardano dentro, mi accarezzano, mi sento amata e
venerata come un oggetto nuovo e speciale, nessuno mi aveva mai fatto sentire
cosi prima, voglio bene a queste bimbe che mi hanno accolto e amato.
Awadia e Rabha sono solo due delle centinaia di migliaia di bambine e
bambini che dal dicembre 2013 hanno abbandonato, forzatamente e con il cuore
carico di paura, le loro case. Il Sud Sudan, il più giovane Stato al mondo,
nato nel luglio 2011 scindendosi dal Sudan con un referendum organizzato 6 anni
dopo gli accordi di pace del 2005. Una pace fragile quella fra Sudan e Sud
Sudan, in continuo bilico, tanto che nel 2012 le tensioni hanno portato alla
chiusura del confine e all’interruzione del flusso del petrolio che dal Sud
Sudan viene trasportato sulle coste del mar Rosso passando attraverso il Sudan.
Un rapporto travagliato quello fra Khartoum e Juba ma non quanto le relazioni
interne al neo-Stato, dove l’avidità economica e l’ambizione politica hanno
portato riaperto vecchie ferite fra gruppi etnici, in particolare fra la tribu
Dinka e la tribu Nuer. Il dissenso fra i due maggiori leader politici: il
presidente Salva Kiir (dinka, tuttora incarica) e l’ex vicepresidente Rieck
Machar (nuer, esautorato a luglio 2013) ha fatto ripiombare il paese nella
guerra civile. Questi due “elefanti” hanno sfruttato differenze etniche per mobilitare
giovani a combattere e spinto il paese verso uccisioni a sfondo etnico, mentre
12 milioni di “fili d’erba” sud sudanesi ne stanno pagando le conseguenze e
continuerrano a pagarle per molti anni.
Dopo mesi di tensione politica in continuo aumento, il 15 Dicembre 2013 un’
incomprensione fra il Presidente Kiir e i soldti della guardia presidenziale ha
fatto scoppiare il conflitto. Juba, la capitale del Sud Sudan, è piombata nel
caos e migliaia di persone sono state uccise a sangue freddo per la sola
appartenenza etnica.
Negli ultimi 10 mesi, un milione e 400 mila sud sudanesi sono fuggiti dalle
loro abitazione per scappare dalla guerra e dalla violenza per cercare un
rifugio, dove la loro vita non fosse in pericolo. Altri 463,000 sud sudanesi sono
rifugiati all’ estero, nei paesi confinanti: Etiopia, Kenya, Uganda e
addirittura Sudan. Negli ultimi 3 anni gli effetti combinati dei conflitti
tuttora in corso in Sudan (nelle regioni del Sud Kordofan e del Nilo Blu) e in
Sud Sudan (Stati di Unity, Nilo Superiore e Jonglei) hanno causato due flussi
di disperati: 220,000 rifugiati Sudanesi sono ora in Sud Sudan, mentre 100,000
Sud Sudanesi si trovano in Sudan.
Fra sfollati interni e rifugiati, quasi 1 milione e 900 mila persone, un
sud sudanese su 6, non vive più dove viveva un anno fa, tutti hanno perso molti
famigliari ma anche tutto ciò che possedevano: casa, campi, attrezzi agricoli,
mucche, capre…come se tutti gli abitanti della Regione Calabria si fossero
spostati in pochi mesi. In questo momento, oltre 100,000 persone vivono ancora
all’interno delle basi militari delle Nazioni Unite. Queste cittadelle
fortificate che ospitano i caschi blu dell’ ONU, vista la crudeltà del
conflitto, per la prima volta nella loro storia hanno dato ospitalità a civili,
evitando così un tremendo massacro a base etnica. Il rimanente milione e 300
mila sfollati interni vivono in campi allestiti dalle agenzie umanitarie in
varie parti del paese, ma concentrate soprattutto nei tre stati petroliferi:Unity,
Nilo Superiore e Jonglei.
In 10 mesidi conflitto i profughi sono aumentati a vista d’occhio, così
come le epidemie di colera, malaria, infezioni polmonari e intestinale legate
alle precarie condizioni di vita, spesso nel fango e in ripari di fortuna
costruiti con qualche palo di bamboo e nylon distribuiti dalle organizzazioni
non governative. Il problema dell’alimentazione, già povera,in un paese che
ancora prima del conflitto doveva importare grandi quantità di cibo è ora
davvero allarmante. Oltre 3 milioni di sud sudanesi hanno sfiorato la carestia
nel 2014, ora il raccolto del sorgo, principale cereale del paese ha portato un
leggero sollievo per le tante famiglie che sopravvivono con uno, massimo 2
pasti al giorno, ma le scorte finiranno presto e per febbraio-marzo 2015 già si
prevede un nuovo rischio di carestia per quasi 4 milioni di sud sudanesi che
non hanno potuto coltivare e non hanno accesso a rifornimenti di beni di prima
necessità.
La stagione delle pioggie sta per finire, le strade si seccherranno presto,
permettendo ai camion di viveri di muoversi ma permettendo anche agli eserciti
contrapposti spostamenti più rapidi. Nei prossimi mesi si teme una riaccensione
delle ostilità e un inasprimento dei combattimenti, vistoche le estenuanti e
sterili trattative di pace in corso ad Addis Abeba non hanno portato quasi
nessun frutto se non una fragile tregua fra gli eserciti.
Con questa situazione non resta che sperare che i due elefanti trovino un
accordo (o si tolgano di mezzo) e che si avi un vero processo di pace, per
ricucire le ferite e iniziare da capola costrizione di una nazione dove tutte
le etnie, lingue, religioni e idee politiche convivano in maniera pacifica. Se
non smetterà la pioggia di pallottole, non rimane che continuare ad assistere e
stare al fianco dei milioni di “fili d’erba” sud sudanesi che stanno soffrendo,
in attesa del sole, che prima o poi, arriverà, “in shaa allah! “ (se Dio vuole).
Liniers, che sottolinea come a volte sia meglio rischiare:
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| "Una pioggia di emozioni cade sulla citta'" "I piu'avventurosi non aprono l'ombrello" |
sabato 12 luglio 2014
Buon compleanno Sud Sudan
| Gogrial, Stato di Warrap, mamma e bambine alla "fiera dei semi" |
Sud Sudan, da
pochi giorni ufficialmente il paese piu’ fragile al mondo, un paese sull’orlo
della carestia,4 milioni di persone che rischiano di non aver abbastanza cibo,
un paese che compie 3 anni e di cui gia’ ci si chiede quanto ancora
durera’questo sogno per cui migliaia di giovani sud sudanesi hanno combattuto e
sono morti per oltre 50 anni. Un sogno in cui molti hanno creduto e credono ma
come sempre un sogno manipolato da chi decide, da chi comanda, da chi si
arricchisce sulla pelle e sulle ferite del popolo sud sudanese.
Buon compleanno
Sud Sudan, sicuramente, ma a Bentiu, lo Stato del petrolio, al confine col
Sudan, centinaia di donne, vengono stuprate ogni settimana perche’ l’unico modo
di sopravvivere e assicurare la sopravvivenza ai loro figli e’ di attraversare
le linee militari dei due schieramenti contrapposti per cercare rifugio nelle
basi delle Nazioni Unite. In Sud Sudan e’ in atto una corsa disperata al cibo, migliaia
di bambini, secondo alcune stime almeno 150,000 moriranno nei prossimi 6 mesi
solo per la malnutrizione e problemi ad essa correlati.
A Bentiu, ormai
un cumulo di macerie e capanne bruciate, prima del conflitto c’erano anche i
cinesi, un centinaio di dipendenti della China National Petrolium Corporation,
che sono fuggiti prima di Natale. La Cina sta per consegnare al governo del Sud
Sudan 38 miliardi di missili, mine anticarro, lanciagranate, mitragliatrici e
munizioni, ordinate nel 2013. La China e’ anche il maggior compratore di
petrolio Sud Sudanese e un ottimo partner commerciale del Sud Sudan e sta
costruendo anche cliniche e strade in cambio di contratti commerciali
privilegiati un po’come in tutta l’Africa. La Cina vuole proteggere le sue
fonti di petrolio, come ogni Stato fa: come hanno fatto gli Stati Uniti in Iraq
provocando una nuova e spietata guerra civile e come ha fatto l’Italia a
Nassirya, dove proteggere il diritto di prelazione dell’ENI sul giacimento
petrolifero di Nassirya ci e’ costato la morte di 19 giovani italiani.
Vogliamo dire che
fornire armi ad un paese impantanato in una guerra civile che con poche pause
dura dagli anni 60 e’ un crimine contro l’umanita’? O crediamo questo o
crediamo che gli affari, il commercio, il petrolio, il denaro valgono piu’della
vita umana, della pace e della sicurezza di un popolo. Perche’ nessuno lo dice?
| Danze tradizionali dinka a Gogrial - Stato di Warrap |
Buon compleanno
Sud Sudan, certo, ma nel frattempo un milione e mezzo di persone non sono piu
nelle stesse case dove hanno festaggiato il Natale, 1 milione e centomila sono
gli sfollati in Sud Sudan e oltre 400,000 rifugiati all’estero, di cui 158,000
in Etiopia.
Un milione, una
cifra che torna e mi rimbomba nella mente. Un milione di dollari e’ la cifra
spesa dal Sud Sudan in armamenti dall’inizio del conflitto, quasi la stessa
cifra che le agenzie umanitarie hanno chiesto per affrontare il problema creato
dal conflitto fra Kiir e Machar e le loro due elite politico economiche che si
stanno spartendo un paese al limite del collasso, diviso, impaurito e
fragilissimo. Petrolio, bombe, affari e aiuti umanitari, sono tutti parte dello
stesso circolo vizioso?
Uno dei motivi di
stess nel lavoro umanitario e’ il senso di inutilita': l’inutilita’ di
continuare a lavorare per portare assistenza alle persone piu’ vulnerabili di
uno dei paesi piu poveri e tormentati al mondo quando i leader politici si
riempiono la bocca di belle parole come pace, unita’ e nazione e nel frattempo
comprano milioni di dollari di armi e mandano i giovani di questo paese al
massacro, sostenendo: “Noi il nostro dovere l’abbiamo fatto, ora tocca voi
andare nella macchia a combattere per il paese”.
Certo il Sud Sudan
e’ uno Stato, da 3 anni, ma a che costo? in mano a chi? con che prospettive e
speranze? Vogliamo dire che ancora una
volta il concetto di patria, Stato, nazione ma anche di etnia, oppure religione,
vengono usati come strumenti per mantenere i privilegi di un’elite
politico-economica che sta letteralmente mangiandosi il paese. Un’elite
corrotta e falsa, ripugnante, che prima scatena una guerra per incapacita’
(nella migliore delle ipotesi) di gestire un paese e per avidita’ di potere e
poi chiede aiuto alla comunita’ internazionale per portare aiuto alla gente che
soffre le conseguenze delle proprie azioni scellerate e scelte criminali.
Buon compleanno
Sud Sudan, ma oggi sono triste ed arrabbiato.
Un po' di amore e dolcezza con Liniers:
1."Tutto continua uguale" 2."Non cambia niente" 3. "E all'improvviso..." " Posso sedermi qua?" "Si'"
mercoledì 9 luglio 2014
Sud Sudan: fra sole e pioggia
| Bambine a Wau |
E’ una domenica
come un’altra a Wau, il cielo, grigio, uniforme e muto, gli uccelli nascosti
fra le fronde del mango in giardino contribuiscono alla canzone di questo pigro
pomeriggio. Sono a casa, in salotto, solo, una domenica di riposo dopo una
settimana intensa di riunioni, tante ore al computer, arrabbiature ma anche
qualche piccola soddisfazione. Fuori scorre il mondo, fuori vivono i sud
sudanesi, dal Family Hotel arriva il suono ritmato ed allegro di una canzone di
musica congolese, dalla strada, l’unica strada asfaltata di Wau, lontana 50
metri, giungono i rombi delle motorette cinesi, di grossi camon vuoti e traballanti ma anche dei fuoristrada bianchi
delle ong. I vicini di casa accendono il generatore, ritmo delle nostre
giornate e tormento delle afose notti sud sudanesi, accesi fino a mezzanotte-l’una,
rendono l’addormentarsi una vera sfida, a meno che non si sia notevolmente
stanchi e con qualche ora di sonno arretrato. Il cielo grigio racchiude la
pioggia che verra’, ormai da qualche mese e’ iniziata la stagione delle piogge,
il tempo si fa piu fresco ma anche piu umido, non piove molto, in media una
volta ogni 2-3 giorni, a Wau la vita scorre regolare. Un calma piatta ma
sospetta di un paese eternamente in bilico fra la pace e la follia, fra la
speranza di iniziare un percorso nuovo e i crudi fantasmi della violenza piu’
crudele e spietata. Il paese piu’giovane al mondo, un paese che si avvia verso
il suo terzo compleanno, un compleanno amaro, teso e che lascia col fiato
sospeso. Un quarto del paese e’ in mano a forze non governative, principalmente
a base etnica Nuer, nemici storici dei Dinka, il gruppo etnico politicamente
piu’ forte e potente. Negli ultimi mesi sono successi fatti di una violenza
inenarrabile, il paese, ancora una volta e’stato scosso nel profondo, un paese,
fragile, in bilico fra una stabilita’ precaria e il collasso totale, l’implosione,
il tutti contro tutti ( e si salvi chi puo’). Proprio questa settimana, il Sud
Sudan e’ stato definito dall’organizzaione americana Fund for Peace (Fondo per
la Pace) come “il piu’ fragile paese al mondo”, scalzando la Somalia dal primo
posto dopo ben 5 anni. Per quanto queste statistiche possano sempre essere discutibili
e criticabili, come e’ stato fatto da alcuni promimenti leader politici, il
dato fa riflettere e bisogna dire che da qua la fragilita’si nota nella vita di
tutti i giorni. La fragilita’ del Sud Sudan e’stata inoltre confermata anche
dal recente nuovo mandato della missione di pace delle Nazioni Unite in Sud
Sudan (UNMISS). Il numero di soldati e’ stato aumentato a 12,500 (erano 7,000
nel 2011) il numero di poliziotti a 1,323 (erano 900 nel 2011) e il mandato
sottolinea l’importanza della missione di pace nel proteggere i civili dalle
parti in conflitto (oltre 100,000 persone sono ospitate all’interno delle basi
militari UNMISS per motivi di protezione), monitorare infrazioni ai diritti
umani e creare le condizioni necessarie allo svolgimento delle operazioni
umanitarie. Mentre ad Addis Abeba i leader delle 2 principali fazioni in
conflitto, provano a trovare un accordo politico per formare un governo ad
interim e rivedere l’assetto del paese, in tutto il Sud Sudan, circa 4 milioni
di persone sono a rischio di carestia, quasi la meta’ del paese. Questa settimana
nello Stato di Unity sono stati segnalati i primi casi di morte per mancanza di
cibo, nella cittadina di Leer (Stato di Unity) un bambino su 10 e’ affetto da
malnutrizione acuta e severa che se non trattata tempestivamente conduce alla
morte.La malnutrizione nella popolazione generale raggiunge il 40%.
Un altro esempio
degli effetti piu’immediati di questa maledetta guerra si trova a pochi
chilometri da dove sono seduto. Da fine aprile, la parte meridionale della
contea di Wau “ospita” qualche migliaio di soldati Nuer, disertori sbandati
dall’esercito regolare per paura di rappresaglie da parte dei colleghi Dinka, vivono
accampati in aperta campagna senza cibo, soldi e supporto. Spesso questi
soldati visitano i villaggi circostanti e arraffano il possibile,a volte anche con la forza. Per liberarsi di
loro il governo ha mandato qualche centinaio di soldati che per scovare i
soldati disertori Nuer hanno pensato di minacciare, picchiare, terrorizzare e
violentare le popolazioni locali per ottenere informazioni che conducano alla
cattura dei soldati disertori. Il risulato e’ che oltre 7,000 persone hanno dovuto
lasciare le proprie case e i propri villaggi e sono fuggite in zone piu
tranquille. Scuole e ospedali sono al momento chiusi perche’ occupati da soldati
ed utilizzati come dormitori. Abbandonare le campagne in questo periodo
significa anche mettere a serio repentaglio il raccolto e di conseguenza
ritrovarsi senza cibo fra 2-3 mesi. Come al solito, quando gli elefanti
litigano, e’ l’erba a risentirne. L’erba e’ il popolo sud sudanese che ha
finora vissuto solamente fame, poverta’, guerra e violenza, una popolo che non
ha ancora vissuto i benefici del nuovo Stato, dell’indipendenza, ma che
piuttosto continua a subire le stesse soppraffazioni e abusi di sempre. Guardo
il verde giardino fuori dalla finestra, una farfalla vola fra le foglie, nella
luce calda e tiepida di questa serata africana, la musica continua a suonare
fuori, accompagnando le birre e le chiacchere di panciuti keniani che si godono
la loro domenica, i generatori continuano imperterriti a dare ritmo a questo
pigro pomeriggio di Luglio, una moto suona il clacson, un camion passa
prepotente, la vita continua, apparentemente tranquilla. Oggi non ha piovuto,
anzi qualche squarcio nel cielo ci regala un bel tramonto sopra Wau, questa
pigra e grigia domenica ci dona, all’imbrunire, qualche raggio di sole, qualche
raggio di speranza, qualche raggio di pace, il Sud Sudan ma soprattutto i sud
sudanesi, ne hanno bisogno, per poter costrire insieme il futuro che vogliono, speriamo
solo che non piova.
E ora Liniers: Forza Argentina!
"Il rigore che lascio' fuori il Messico."
"Oh..doh...muoio.."
"Mesi dopo, Leonardo Di Caprio perde di nuovo l'Oscar come miglior attore"
"E grazie all'Accedamia per questo prestigioso premio"
"Alla tua faccia, Leonardo!"
domenica 27 aprile 2014
Notas de viaje...: Piccola Odissea in Sud Sudan (parte seconda)
Notas de viaje...: Piccola Odissea in Sud Sudan (parte seconda): Il Land Cruiser a Raja, pronto per la partenza...non arriveremo a destinazione Il vento soffia nei capelli in cima al camion barcolla...
Piccola Odissea in Sud Sudan (parte seconda)
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| Il Land Cruiser a Raja, pronto per la partenza...non arriveremo a destinazione |
Il vento soffia nei capelli in cima al camion barcollante, proviamo a
vedere il lato positivo della situazione. Ridiamo, pensando a quante regole
stiamo infrangendo e consolandoci pensando che è un’esperienza unica e probabilmente
irripetibile. Il sole tramonta, sono le 7.30 di queste brevi sere africane: le
palme, le acacie e i manghi all’orizzonte diventano sagome nere, in lontananza
si ergono colonne di fumi, i contadini preparano così i campi per l’aratura,
bimbi e bimbe magri e scalzi, con vestiti usurati e strappati portano grossi
contenitori d’acqua sulla testa, oppure fratellini infagottati sulla schiena.
L’aria si fa fresca ed è quasi subito notte, cala il buio su questa calda,
sudata, impolverata ed imprevedibile giornata africana. Scoccano le 8, scatta
il coprifuoco per movimenti dentro e fuori dalle città, il Sud Sudan è pur
sempre un paese in guerra e questo è uno dei modi per controllare movimenti di
ribelli, truppe ed esercito. Nel buio intravediamo il posto di blocco, fari
spenti per comunicare la non aggressività del nostro convoglio. “Tutti giù” ci dicono, “non si puo procedere oltre, questa notte
dormirete qua, si riparte domani mattina”. Nel buio, senza rete telefonica,
non una luce, non una casa, solo sagome di baracche e minacciosi soldati
del’SPLA che ci fissano severi. Alcuni parlano fra loro in arabo, non capiamo,
ma sembrano rigidi, un soldato, visibilmente più ubriaco degli altri, sentendo
Daniela lamentarsi e piagnucolare le aggredisce verbalmente. Controllo degli
zaini, torce puntate in faccia e l’ansia di dover trascorrere la notte all’addiaccio,
senz’ acqua, letto e cibo in compagnia di una decina di soldati dell’SPLA
armati di sbornia e kalashnikov, un’accoppiata poco rassicurante. Siamo disperati ma ci salva un soldato
particolarmente comprensivo, impietositosi dalla nostra situazione (e dalla bugia
che gli raccontiamo dicendogli che Daniela sta molto male). Nel più completo
buio attraversiamo lo spazio fra le due sbarre del posto di blocco, il respiro
affannoso di Daniela si mescola con i miei pensieri che si affollanno nel vano
tentativo di trovare una soluzione. Mantengo la calma, proviamo a trovare una
macchina per l’ “ammalata” Daniela, ci dicono di aspettare, non si sa ne chi ne
cosa, ma aspettiamo. Il soldato, di cui vediamo solo i denti, gli occhi e la canottiera
in quanto tutti bianchi e in risalto sulla pelle nera, ci offre due semi-fresche
bottiglie d’acqua, un gesto semplice ma spontaneo, generoso e tenero,
soprattutto in quella situazione. Senza
capire una parola delle discussioni fra soldati e autista torniamo indietro nel
piu completo buio, la ghiaia sotto i piedi, il corpo diventa pesante ma le
energie non mancano grazie a tutta l’adrenalina che abbiamo in circolo. Arriva
il segnale di mobilitarsi, grazie a Daniela, tutto il camion può ripartire,
mamme, bambini, vecchi e soldati risalgono a bordo e lentamente avanziamo nel
buio, rotto solo dai fari deboli del vecchio camion azzurrino e dondolante.
All’improvviso la rete telefonica ritorna e ci permette di chimare aiuto da
Wau, dove Chaplain il logista e altri nostri colleghi sono in pensiero per noi.
Sono ormai le 10 e anche il coprifuoco all’interno della città è scattato, in
teoria nessuna automobile può muoversi e nessun individuo può essere in strada
a quell’ora, tranne i soldati e i poliziotti incaricati di far rispettare il
coprifuoco. Dopo varie telefonate e una certa confusione dovuta alla situazione
inaspettata sappiamo che la missione di salvataggio ci sta venendo in contro,
ma dovra superare vari posti di blocco, e noi anche. Siamo di nuovo fermi,
tutti giu, di nuovo quella frase scioccante: dormirete qui stanotte, soldati
diversi, stessa scena, sguardi severi, dialoghi in arabo, soldati ubriachi e
armati che ci perquisiscono, svuotare gli zaini un’altra volta, aliti di alcol
e parole dure che ci fanno pensare al peggio. Intanto l’attesa dilata il tempo
ma alla fine, la bianca auto guidata dal nostro “salvatore” Chaplain compare
come un fantasma provvidenziale nella notte di carbone. Dopo una breve
discussione, ripartiamo, ma dopo soli 300 metri un posto di blocco volante di
ferma e ci chiede spiagazioni, non ci credono, non vogliono lasciarci passare,
di nuovo quella frase: “Dormite qui e
domani mattina ripartite”, questa volta la situazione e’ meno drammatica,
le luci di Wau sono in vista e siamo su un’auto “amica” protetti dallo “zio”
Chaplain, un buon uomo alto e lungo, dallo sguardo lucido e dolce che a voltre
si perde nei ritmi forsennati delle nostre pazze giornate in ufficio.
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| Villaggio di Riang Akol, Stato di Warrap, comitato a gricolo all'opera |
Alla fine, dopo 15 minuti di contrattazioni e comunicazioni via radio col suo
superiore, anche questo posto di blocco ci lascia proseguire, ci sentiamo al
sicuro, ma la strada di casa è ancora lunga. Wau, dopo le 10 di sera è spezzata
in 2 all’altezza del ponte che separa la città ”vecchia” dalla nuova zona di
recente crezione dove la citta si è espansa negli ultimi anni. L’ultimo posto
di blocco, torce in faccia anche qua, perquisizione e domande su dove andiamo e
che facciamo, rispondiamo con la solita bugia: Daniela sta male e dobbiamo
portarla a casa, veniamo da Raja, lavoriamo li a progetti di sviluppo, per
favore lasciateci passare. Un altro quarto d’ora di sofferenza, sopportazione e
trattative ma alla fine ci lasciano andare. Pensiamo sia fatta, non ci sono più
posti di blocco fra il ponte e casa ma all’improvviso in mezzo alla strada, si
materializzano 3 fantasmi col kalashnikov a tracolla, 3 soldati che quasi
investiamo visto che ci aspettavano in piedi in mezzo alla strada. Dopo altri 5
minuti di spiegazioni, visto che siamo oltre il coprifuoco ci chiedono una
piccola “tassa” per poter passare, una tassa davvero esorbitante: 10 pound sud
sudanesi, circa 2 euro e 50, il costo di 4 pomodori, per capirci. Vediamo casa
ormai, è a circa 300 metri, ora davvero niente di può più fermare, ci assale
l’euforia e l’allegria per avercela fatta. Mi sento un po’ un sopravvissuto e
penso dentro di me che ormai non ho niente da invidiare a Kapuscinsky, ho
affrontato con successo vari posti di blocco, perquisizioni e intimidazioni
verbali. Ho sentito il brivido della minaccia e della paura, per me e per
Daniela, che in fondo, a Raja, poteva fare a meno di venirci e mi aveva accompagnato
in questo inaspettatamente travagliato viaggio di lavoro.
Il cancello azzurrino di casa ACTED si apre ed entriamo in casa. Chaplain
dovrà dormire da noi perche a quell’ora non puo più muoversi, per fortuna
abbiamo stanze libere, gli do saponetta e asciugamano e gli auguro la
buonanotte. Ora sognamo solo una bella doccia rinfrescante e il letto, ma
l’ultima sorpresa della giornata è che in casa non c’è acqua, ma siamo talmente
sporchi che non ce la sentiamo di andare a dormire con il sudore, la polvere e
lo sporco di un giorno di viaggio. Addocchiamo le bottiglie d’acqua minerale
nell’angolo, svuotiamo varie dozzine di bottigliette nel secchio di plastica
blu e cosi ci facciamo la più costosa doccia della storia. Una bottiglia
d’acqua da 600 centilitri qui costa quasi un euro, come minimo avremo usato 20
bottiglie, 20 euro per una doccia. Dopo uno spuntino rapidamente messo insime
con quello che c’era in frigo ce ne andiamo a letto, stanchi, frustrati ma
anche eccitati dall’avventura appena finita nei migliori dei modi. Inoltre, io,
personalmente, da oggi mi sento anche un po’ più vicino a Kapuscinsky.
Enriqueta oggi ci spiega cosa fara' da grande:
![]() |
| Enriqueta: "Da grande saro' una femminista"..."pero' spero che gia non sara' piu' necessario" |
sabato 19 aprile 2014
Piccola Odissea in Sud Sudan (parte prima)
![]() |
| Bimbe a Raja |
L’ala dell’aereo in rottami della pista di Raja ci passa sopra la testa, l’aereo,
arrugginito e dimenticato, relitto di quando l’aeroporto funzionava ed il paese
era ancora uno solo. In macchina: Io, Daniela, l’agronomo Ibrahim e l‘autista
Faisal alla guida, dopo una mattinata caotica ci siamo imbarcati nel viaggio di
ritorno da Raja a Wau, 320 kilometri di terra rossa e polvere, circa 6 ore di
dossi, cunette e sobbalzi. Il viaggio procede al meglio, leggo un po’ di Kapuscinsky,
racconti della guerra d’Angola su strade come le nostre, ma nel bel mezzo di
una guerra civile con mitra e posti di blocco presidiati da soldati giovani,
affamati e ubriachi. Un po’ lo invidio per la temerarietà e per aver
raccontanto fatti eclatanti di una storia violenta ma lontana ed affascinante. Ammiro
il coraggio e la pazzia nel voler raccontare guerre d’altri al rischio della
propria vita. Noi, con il nostro fuoristrada bianco, superiamo agevolmente un
vecchio e traballante camion carico di sacchi di mais oltre ogni immaginazione,
camion ulteriormente appensantito da 7-8 persone sedute in cima ai sacchi,
salutiamo con un rapido gesto della mano e procediamo per la nostra strada.
Avvistiamo un ponte e capiamo che per Ibrahim e Faisal arriva il momento
della pausa pranzo, asida (praticamente
polenta senza sale) e pesce di fiume, fresco. Io e Daniela abbiamo già mangiato
i nostri panini coi felafel in
macchina. Fa molto caldo, si suda, e ora che siamo fermi ancora di più. Davanti
a noi un rettilineo di saliscendi di terra rossa lungo qualche chilometro, fuori
tanto sole e un’eterna distesa d’alberi verde chiaro a fare da cornice al
nostro viaggio, dietro di noi solo tanta polvere, è il culmine della stagione
secca, quando la terra è assetata e gli alberi attendono impazientemente le
prime piogge.
All’improvviso, un rumore strano, Faisal si ferma a controllare, abbiamo
forato, rapidamente ci mettiamo in azione: Ibrahim ai bulloni, Faisal al crick ed io alla ruota di scorta cambiamo la ruota e
ripartiamo tranquillamente verso Wau. Ma la sfortuna è di nuovo in agguato, e
dopo pochi chilometri di saliscendi impolverati siamo di nuovo fermi e
perplessi a fissare un pneumatico sgonfio, quello anteriore destro, di nuovo.
Il team si riattiva, ma questa volta dobbiamo prendere la seconda ruota di
scorta sul tettuccio del Land Cruiser, perplessi ed un po’inquietati cambiamo
di nuovo la ruota sapendo che è l’ultima che abbiamo e che se forassimo ancora
saremmo bloccati, senza possibilita di telefonare e lontanissimi dal primo
centro abitato. Io e Daniela ci guardiamo, preoccupati ed io inizo a pensare,
ho la sensazione che ci sia qualcosa che non va con l’auto e mi sembra che ad
ogni sussulto l’auto cadrà in mille pezzi, lasciandoci appiedati in mezzo alle
assolate colline che uniscono il Sud Sudan, il Sudan e la Repubblica
Centroafricana, luoghi selvaggi ed inesplorati, in passato teatro d’azione del
Lord Resistance Army di Joseph Kony, esercito ribelle dai tratti
mistico-religiosi, spauracchio di vari governi dell’Africa centrale. E cosi
succede l’irreparabile, terza foratura, questa volta su un tratto in discesa
dove Faisal fa fatica a controllare l’auto e rischiamo di sbandare, peggiorando
ulteriormente la situazione. Silenzio. Il silenzio di chi non sa cosa fare, dire
o pensare. Scendiamo tutti e 4 dal’auto esterrefatti, increduli e confusi.
Prendo il telefono satellitare ma essendosi acceso nello zaino ha la batteria
quasi completamente scarica. La tensione sale e, fra le mosche, le api
selvatiche e le mosche tze tze che infestano questa zona riflettere è davvero
difficile, non c’è soluzione. Silenzio e domande senza risposta. La
disperazione di porta a provare e collegare un caricabatteria per Nokia alimentato
con l’accendisigari dell’auto con il caricabatteria con la presa a muro del telefono
satellitare, speranza vana e piuttosto frustrante durata pochi minuti.
Dalla striscia rossa che scompare dietro la collina spunta improvvisamente
il vecchio, dondolante e sovraccarico camion che trasporta mais e persone che
abbiamo superato qualche chilometro prima. In 30 secondi decido di dividere il
team, io e Daniela prendiamo un passaggio per andare a chiedere aiuto, Ibrahim
e Faisal si fermano con l’auto. Spiace andare via, sopratttutto pensando che
transcorreranno li la notte in mezzo ad api e animali selvatici ma anche a
rischio di rapina da parte dell’animale piu’ pericoloso, quello a due gambe. Io
e Daniela ci arrampichiamo sull’altissimo camion e ci sediamo sui sacchi di
mais aggrappandoci dove possibile.
I nostri compagni di viaggio sono molto diversi fra loro. Il primo alla mia
sinistra è un soldato, disarmato, in tuta mimetica verde e lucidi anfibi neri,
guarda frequentemente me e Daniela e ride, da solo. Dietro di lui, una signora
anziana, piccola, magra, rinsecchita, avvolta nei tipici drappi colorati per
ripararsi dal vento e dalla polvere. Parla ad intervalli, a volte fitto fitto a
volte ripetendo la stessa parola a voce alta, non capisco ma lei sembra
divertita. Gli altri passeggeri sono giovani con maglie dell’Arsenal e del Manchester United, a pensarci bene, questo camion è assai
rappresentativo del Sud Sudan: guerra, calcio e memoria tradizionale.
(continua)
(continua)
In attesa della seconda parte, un sorriso con Liniers:
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| Enriqueta "Una vita piccolina e normale e' gia' qualcosa di straordinariamente incredibile" |
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