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giovedì 25 aprile 2013

Notas de viaje...: Mondi sospesi

Notas de viaje...: Mondi sospesi: Il mare è silenzioso e luccicante, il ritmo, lento e placido delle onde segue il ritmo del respiro, la brezza marina, la sabbia sotto...

Mondi sospesi



Il mare è silenzioso e luccicante, il ritmo, lento e placido delle onde segue il ritmo del respiro, la brezza marina, la sabbia sotto i piedi, una distesa di sabbia bianchissima, la baia di Bagamoyo, a sinistra l’oceano, increspato e luccicante, a destra colline verdi, palme lunghissime, esili, con il loro verde fuoco d’artificio accarezzato dal vento. Piedi nell’acqua, tiepida in questa domenica mattina, ciabatte in mano, saliamo in barca, si ondeggia, il motore si accende e lentamente la barca dirige la prua verso la barriera coralline, siamo con Christian, francese che parla un inglese stentato e farraginoso ma dall’animo gentile, sorridente e molto dolce. Le prime spiegazioni sull’uso dell’attrezzatura per le immersione, alcuni esercizi su come respirare sott’acqua con boccaglio bombole e maschera. Siamo un po’imbranati inizialmente ma poi respirare sott’acqua, recuperare il tubo dell’ossigeno e svolgere le prime operazioni sott’acqua diventa pian piano più naturale. Christian è il nostro istruttore di sub, poco oltre la quarantina, ex dirigente di una compagnia di trasporti, appassionato di subacquea, ha mollato lavoro, figli e famiglia in Francia 2 mesi fa per venire in riva all’Oceano Indiano ad insegnare sub, sta seguendo la sua passione e al momento sembra molto felice nonostante le barriere linguistiche e la lontananza della famiglia. Dopo I primi esercizi risaliamo a bordo della barca, dove Muhamad e Omari, il capitano e il suo aiutante, ci attendono sonnecchiando. Insieme a loro mangiamo un panino, una banana e beviamo un po’ d’acqua, sullo sfondo una splendid isoletta di sabbia bianca emerge nel bel mezzo dell’acqua azzurra e limpida. Scendiamo di nuovo in acqua, questa volta in esplorazione, pochi metri sotto il pelo dell’acqua ci si apre un mondo nuovo davanti: I fondali rivestiti di coralli Verdi, gialli, rossi blu, spessi oppure estesi e cespugliosi come alberi sottomarini, le lunghe e affusolate stele marine, pesci ovunque gialli, blu, arancioni, bianchi, il pesce leone con decine di buffe pinne colorate, i ricci di mare, neri ed immobile…laggiù da solo, nel silenzio del mare penso che tutto ciò è in pericolo.
Pochi chilometri più a Sud, c’è il villaggio di Mbegani, un tranquillo villaggio di pescatori a 15 chilometri da Bagamoyo, ex-capitale dell’Africa Orientale coloniale tedesca, cittadina sulla costa del’Oceano Indiana caduta in disgrazia proprio per lo spostamento dei flussi commerciali a Dar es Salaam a causa della scarsa profondità della baia di Bagamoyo che non permette il traffici di navi pesanti. Ora con un mix di tecnologia moderna ed investimenti infrastutturali private e pubblici il governo tanzaniano sta cercando di creare un nuovo porto per favorire il commercio in Tanzania ma anche fra Tanzania e stati confinanti come Rwanda, Uganda, Burundi, Congo orientale, Malawi e Zambia i quali non hanno accesso diretto al mare.
La mappa dell'area di sviluppo nella baia Mbegani, Bagamoyo

Il porto è solo una tessera di un puzzle di sviluppo infrastrutturale ed economico, chiamato Special Economic Zone (SEZ – Zona Economica Speciale) ed Export Processing Zone ( Zona processazione esportazioni). Il progetto è gestito dalla apposite autorità: Export Processing Zone Authority e comprende una prima fase che prevede la realizzazione di un mega parco industriale (investimento necessario circa 92 milioni di euro per le infrastutture). Il parco industriale è già in via di realizzazione e si chiama Kamal Industrial Estate, una ditta multinazionale, a capitaleindiano e tanzaniano, la prima a gestione interamente privatizzata senza controllo del governo, una zona franca di 297 acri, quasi 150 campi da calcio, 3 volte l’estensione di Città del Vaticano. Una Zone Economica Speciale è una zona dove imprese posso produrre a regime fiscale agevolato (o addirittura esentasse) e a burocrazia semplificata per accorciare tempi di start-up e facilitare gestione amministrativa. Ben 227 nuclei famigliari, 1300 persone sono stati affetti dall’esproprio della terra e sono stati compensati, con una media di 1.321 euro a famiglia per la perdita dei terreni, case, eventuali attività economiche e spostarsi in un’altra zona.
La fase due invece è più complessa e prevede:
  1. Un porto: 7,6 milioni dalla Cina per la costruzione di uno dei più grandi porti in Africa entro il 2017. Solo una piccolo percentuale dell’investimento necessario a portare avanti la realizzazione di questo immenso ed ambizioso processo di sviluppo. Il porto progettato avrà 2 moli per l’attracco delle navi per un totale di circa 3-400 metri di ormeggio disponibili, profondità di circa 13-4 metri, capace di muovere 20 milioni di container all’anno.
  2. Una zona processazione per l’import-export, investimento necessario 70 milioni di euro.
  3. Una zona di commercio franca, ovvero esentasse investimento necessario 54 milioni di euro.
  4. 2 villaggi turistici, investimento richiesto circa 54 milioni di euro, che includono hotel, appartamenti residenziali e un campo da golf ma anche un ospedale e scuole.
  5. Un parco scientifico e tecnologico, investimento necessario 39 milioni di euro. Una specie di cittadella per ospitare sedi di società del settore servizi-tecnologia collegate ad università di  Dar es Salaam e università turche.
  6. Un centro affari e uffici per le compagnie operanti nella zona, investimento necessario: 54 milioni di euro
  7. Un aeroporto

Altri 2.000 acri sono stati già espropriati con compensazione approvata a gennaio 2013 con tanto di pubblicazione della lista dei 593 nuclei famigliari (circa 3.500 persone), per un totale di 560.000 euro, una media di soli 944 euro a testa.
La tipica famiglia tanzaniana che beneficierà del nuovo campo da golf nelle vicinanze di Bagamoyo

A fine marzo, il governo cinese ha visitato Bagamoyo e promesso 7,5 milioni di dollari ma questi sono sono solo una parte dell’investimento necessario, il resto verrà da investitori privati. Il porto sarà sviluppato da ditte cinesi con un contratto chiamato BOT (Build Operate and Transfer, Costruire, Operare e Trasferire) che è un esempio di partnership privato-pubblico fortemente promossa da Banca mondiale e Agenzie delle Nazioni Unite come modello di finanziamento per opera pubbliche. In poche parole una privatizzazione a termine che permette alla ditta privata, in questo caso cinese, quindi fortemente controllata dal governo cinese,  di progettare, costruire, gestire a soprattutto di sfruttare gli introiti derivanti dal porto fino a quando l’investimento effettuato dale ditte cinesi non sarà completamente ripagato.

Questo tipo di contratto conferisce grande autonomia alla ditta private nella gestione del traffico portuale. Critici come Mr. Eke Mwaipopo e Mr.John Lubuva (consulenti privati in materia di sviluppo economico e pianificazione urbana nonchè funzionari governativi per oltre 30 anni) sostengono che questo potrebbe permettere a ditte poco etiche di commerciare illegalmente risorse naturali tanzaniane come legno, gas, uranio, tanzanite e altri minerali estratti dal suolo tanzaniano come già successo in passato durante la costruzione della TAZARA, la famosa ferrovia che collega il porto tanzaniano di Dar es Salaam con gli immensi giacimenti di rame dello Zambia. Secondo mr.Mwaipopo e Mr.Lubuva affidare la gestione di infrastrutture chiave come i porti a compagnie private è una pratica rischiosa che espone la Tanzania al rischio di saccheggio delle proprie risorse minerali e naturali. Inoltre, il gigante cinese potrebbe utilizzare il porto di Bagamoyo anche come punto d’appoggio logistico (rifornimenti e periodi di riposo) per le navi militari cinesi di stanza nell’Oceano Indiano, come sta già facendo nel porto pachistano di Gwadar. Il porto potrebbe anche essere usato come punto d’entrata facilitata per le merci cinesi e componenti per progetti cinesi nella regione approfittando del minore livello di controlli sul porto di Bagamoyo rispetto ad altri porti controllati dal governo tanzaniano.
La spiaggia di Bagamoyo

Forti preoccupazioni ambientali sono state espresse da Mr.Daffa Direttore del Tanzania Coastal Management Partnership (Programma Gestione Costiera Tanzania, una organizzazione parastatale dedicata alla conservazione dell’ambiente costiero e marino tanzaniano) secondo il quale il porto è stato progettato in una zona definite ecologicamente sensibile. La zona in questione è una bassa laguna che ospita coralli, delfini, tartarughe, crostacei e pesci tropicali già fortemente minacciati dall’intenso sfruttamento ittico e turistico di quel tratto di Oceano Indiano. L’equilibrio della baia di Mbegani dove dovrebbe sorgere il porto è tanto delicata che TCMP in collaborazione con I gruppi di pescatori e le autorità locali ha creato 4 no take zones, ovvero dei piccolo “santuari” dove la variegata fauna marina può andare a riprodursi al riparo da pescatori e turisti. Inoltre, costruire un porto di simili dimensioni implicherebbe scavare dei canali nel fondale sabbioso per permettere alle navi di grandi di attraccare, avviare simili lavori solleverebbe enormi quantità di limo dal fondo marino che causerebbe il soffocamento dei coralli, un fenomeno conosciuto come silting una delle maggiori cause di distruzione della barriera corallina, assieme alla pesca con esplosivo, a strascico e inquinamento delle acque.La soluzione proposta da TCMP è l’ampliamento del porto di Dar es Salaam e Tanga, già sviluppati e situati in zone di costa meno delicate e meno ricche dal punto di vista faunistico.
Emergo dall’immersione, mi asciugo e mentre torniamo verso riva, un branco di delfini circonda la nostra barca ed inizia a nuotare al nostro fianco, le loro pinne grige tagliano il pelo dell’acqua, poi si immergono e scompaiono, animali meravigliosi ed intelligenti che si meritano tutta la stima ed il rispetto che leggo negli occhi di Muhamad e Omari mentre ci raccontano come i delfini sino capaci di portare in salvo i pescatori che affogano al largo, leggenda di mare o verità, non lo so, ma amo questi animali e questo ambiente meraviglioso. Questi mondi, sia quello sommerso che quello di superficie,sono in equilibrio delicato e precario che, nonostante la pressione di una popolazione crescente, ancora supportano specie rare e un ambiente incontaminato. Fa male pensare che tutto questo fra qualche anno potrebbe scomparire per inseguire un modello di sviluppo amico dei ricchi e dei potenti ma nemico dell’uomo, della natura e dell’ambiente. Mondi in equilibrio, ma sospesi.

E ora Enriqueta, Fellini e la Natura:
Quando scriverò la mia autobiografia, questa sarà una bella pagina

martedì 16 aprile 2013

Notas de viaje...: Flashback: C'è sempre un mango - Marzo 2009

Notas de viaje...: Flashback: C'è sempre un mango - Marzo 2009: Nota:  il 31 gennaio 2012 ho perso tutti i vecchi post per la chiusura di Splinder. Sto lentamente recuperando i miei vecchi post, pub...

Flashback: C'è sempre un mango - Marzo 2009



Nota: il 31 gennaio 2012 ho perso tutti i vecchi post per la chiusura di Splinder. Sto lentamente recuperando i miei vecchi post, pubblicati su altri siti. Il contenuto è quello originale anche se alcune cose sono state riviste e corrette dal punto di vista ortografico e grammaticale. 

Marzo 2009, Bagamoyo - Tanzania - Servizio Civile con CVM (Comunità Volontari per il Mondo)

Il sole brilla chiaro ed indisturbato alto nel cielo azzurro, nessuna nuvola a intralciare i suoi raggi potenti e penetranti. Dondoliamo dentro il fuoristrada, sudati e sonnolenti per la temperatura e il viaggio di un paio d’ore su strade polverose e dissestate, oggi è giornata di visita sul campo, dopo giorni di lavoro in ufficio oggi è arrivato il momento di andare a vedere come procedono le attività ma soprattutto di incontrare i veri protagonisti del progetto che stiamo facilitando, donne e uomini dei villaggi del distretto di Bagamoyo, amici e compagni di viaggio.
Qualche discussione durante il viaggio, normalmente in inglese, sempre più spesso in “tentato swahili” e a volte in italiano. Complice il caldo, ci si assopisce, soprattutto io e Francesca, ma veniamo presto svegliati da una buca o da un dosso, non possiamo lamentarci, il nostro viaggio è molto più comodo rispetto a quello di qualsiasi altra persona che incontriamo lungo il tragitto, pulmini sovraffollati da mamme con il loro relativo fagottino dagli occhi grandi e neri, incerte biciclette sovraccariche e scricchiolanti oppure gruppetti di donne e ragazze in fila indiana con pesanti secchi in testa, i corpi avvolti da kanga variopinti e i volti rigati dal sudore.
Ormai è marzo e dovrebbe essere iniziata la stagione delle piogge, ma di acqua nemmeno l’ombra, solamente qualche breve acquazzone che dura meno del tempo di una canzone. Larghi appezzamenti di campagna iniziano ad ingiallire e i contadini iniziano a temere per i propri raccolti ma la per gran parte il colore dominante è ancora il verde degli immensi spazi non coltivati punteggiati da magre mucche al pascolo e palme spettinate dalla brezza proveniente dall’ Oceano Indiano. Arriviamo a Talawanda, il primo villaggio della giornata, ci accolgono volti sorridenti e mani tese, mani ruvide e dalla pelle spessa, sguardi timidi e sfuggenti, sguardi più vivaci e curiosi di bambini scalzi che giocano allegramente sotto un mango. Eh sì, perchè c’è sempre un mango, c’è sempre un mango all’ombra del quale sedersi e chiacchierare, spuntano le sedie e le panche e ci si siede insieme, una alla volta spuntano le ragazze che grazie ad un piccolo prestito hanno migliorato o iniziato una loro piccola attività economica, c’è chi cucina, c’è chi compra e vende vestiti, che chi prepara pane e frittelle e le vende per strada, c’è chi ha deciso di vendere frutta e verdura o chi ha preferito il pesce. Ascoltiamo, consigliamo, incoraggiamo. Saliamo di nuovo in macchina e ci spostiamo verso il prossimo villaggio, Msata, anche qui c’è un mango, un verdissimo mango frondoso, al momento privo di frutti, ci sediamo con il gruppo locale dell’associazione di persone che vivono con l’HIV/AIDS. Anche qui volti sorridenti, sguardi sfuggenti e mani ruvide, compaiono due stuoie e ci sediamo sotto il mango, ancora una volta scenografia naturale di questo incontro, all’ombra del mango ascoltiamo racconti di vita, di gente che lotta, gente discriminata, gente che ha voglia di vivere una vita piena e ha voglia di lottare.
Abbiamo viaggiato molto lungo le strade del distretto, stretto decine di mani, salutato molte persone, sotto un mango abbiamo condiviso problemi, ascoltato speranze e bisogni, sogni di un futuro migliore, l’importante è che ci sia sempre un mango sotto al quale sedersi senza fretta, lentamente, aprendosi all’ascolto e essendo pronti a raccontarci, per condividere qualcosa e crescere insieme. Credo che questa sia una lezione molto importante, dovremmo cercare un mango tutti i giorni, se non fisicamente, almeno un mango spirituale, sotto al quale sederci e lasciare da parte la fretta, i piccoli doveri quotidiani e lasciarci andare in conversazioni e cuore aperto, lentamente, senza tempo, senza barriere e senza pregiudizi, abbassiamo lo scudo protettivo di cui spesso abbiamo bisogno, o pensiamo di aver bisogno, per andare avanti nella vita di tutti i giorni. Abbassiamo lo scudo, abbassiamo le armi e sediamoci insieme sotto un mango, anche questo l’ho imparato qui, in Africa.

E ora Liniers, che con Fellini ci fa notare la poesia anche negli alberi...

Fellini: "Le palme sono i fuochi artificiali degli alberi"

venerdì 15 marzo 2013

Africa, 4 anni



“Kosovo! Kosovo!” grida il controllore del minibus, “Acha!” risponde una grassa signora avvolta in un vestito che è un caleidoscopio di colori brillanti e vivaci: giallo, rosso, verde, blu, sudata, si alza con 2 enormi sachetti di plastica nera, scende lentamente dal minibus. Asciugandosi il sudore dalla fronte sotto il sole cocente e abbacinante del meriggio equatoriale, si guarda intorno alla ricerca di una moto-taxi (piki-piki). Kosovo non è lo stato dei Balcani, ma la penultima fermata dei mezzi pubblici sulla tratta che da Dar es Salaam, Dar per gli amici, porta a Bagamoyo, Baga per gli amici.
Sono arrivato a Bagamoyo per la prima volta il 23 novembre 2008, non sembra ieri, sembra tanto tempo fa, molte cose sono cambiate. Tornare ancora qui, oltre quattro anni dopo fa uno strano effetto e avendo tempo per riflettere mi trovo a pensare a quante cose siano cambiate in questi anni e a quante invece siano rimaste le stesse.
Per fortuna la spiaggia è rimasta la stessa, a volte tranquilla e silenziosa, a volte movimentata e rumorosa, fitta di pescatori intenti avendere il pesce, scaricatori di porto che scaricano le immancabili taniche di plastica gialla dai barconi che commerciano con Zanzibar e compratrici di pesce, sdraiate a pulirlo o a contrattare il miglior prezzo possible. Le corde che ancorano le barche a terra sono sempre là, e noi, a schivarle, a passare sopra o sotto. L’odore della spiaggia è lo stesso, alghe, pesce imputridito ma anche la brezza dell’Oceano Indiano, che rinfresca e risolleva il corpo e la mente. Due grandi alberghi sono andati a fuoco 3 anni fa e non hanno più riaperto, mentre un colosso di cemento sbiancato è sorto a pochi centinaia di metri dalla croce che ricorda i primi missionari cattolici che alla fine del XIX secolo sono arrivati a Bagamoyo per predicare il Vangelo. Ora, oltre all’opera evangelizzatrice, hanno costruito e gestiscono un albergo, i tempi cambiano.
Alcune strade, prima di sabbia sono state asfaltate, di certo sono più comode, ma significa anche che i giovani e spericolati guidatori delle moto-taxi e i pazzi guidatori di camion e minibus possono sfrecciare a velocità nettamente superiori, mettendo a repentaglio la vita dei passanti, soprattutto quella di bimbi distratti e anziani dalla vista scarsa e dai movimenti rallentati. Ora a Bagamoyo ci sono 2 banche con il relativi bancomat, di cui uno allacciato ai circuiti internazionali, quando sono arrivato io, per prelevare bisognava andare a Dar es Salaam. Più banche non significa necessariamente che la gente abbia più soldi, anzi l’impressione di tutti è che nei locali pubblici, alberghi e ristoranti ci sia sempre meno gente, locali che una volta erano il fulcro della vita serale e notturna di Bagamoyo (sì, anche in Africa si fa festa…) sono ora smorti e popolati solo di qualche indomabile bevitore e qualche dolce coppietta che sorseggia una bibita sussurrandosi frasi d’amore.
I prezzi di alcuni beni di consume sono aumentati in maniera spropositata: la farina di mais per l’ugali, il piatto base dell’alimentazione tanzaniana è passata da 6-700 scellini al kilo (0,33-0,38 cent di euro) a 1.200-1.400, esattamente il doppio; il riso è passato da 1.200-1.300 scellini (66 cent di euro) ad attorno 2.000-2.200 scellini al kilo; la birra ha subito lo stesso aumento del riso, da 1.300 scellini nel 2009 a 2.000 scellini nel 2013. I salari e i prezzi per i contadini non sono aumentati di pari passo e questo ha avuto terribili conseguenze alimentari. Le famiglie più povere, che sono spesso anche le famiglie più numerose,  si sono trovate e diminuire il numero di pasti mettendo i bambini a rischio malnutrizione. L’aumento del prezzo della birra ha anche indotto ad un aumento del consumo di alcol prodotto localmente con relativo rischio di salute. L’alcol locale, infatti, viene spesso “tagliato” con sostanze tossiche in maniera da renderlo più potente. Mezzo litro, al costo di circa 500-600 scellini (un quarto di una birra) basta allo sballo per una serata ma spesso costa ai consumatori l’integrità o la funzionalità di fegato, del cervello o la perdita della vista.
Alcune cose cambiano, altre rimangono uguali, spesso sia in un caso che nell’altro capire il perchè è complicato , difficile, l’Africa è un continente complesso, imprevedibile, credo, in un certo qual modo inconoscibile, inafferrabile e inspiegabile. Dopo quattro anni qua non credo di capirne molto di più, si, ho imparato molte cose, parlato con centinaia di persone, mi sono confrontanto e scambiato idee con gente di tutti i tipi ma non credo di aver migliorato di molto la mia compresione delle dinamiche interpersonali, comunitarie e sociali di questo angolo d’Africa. Al contrario, sono convinto che forse, per vivere bene qui, a volte bisogna lasciar stare le spiegazioni razionali e i mille dubbi, la ricerca di un perchè e semplicemente vivere, assaporare, nel dolce e nell’amaro, il gusto di un continente altro, ricco di drammi, ma anche di idée, sogni e speranze.
Al buio, seduto su una scomodissima sedia di plastica, ascolto le rane che nel vicino stagno gracidano fragorosamente, osservo la sagoma nera delle palme, si stagliano contro il cielo blu scuro punteggiato di luci, le fronde si muovono, la brezza soffia leggera sulla pelle e solleva un brivido piacevole. Col naso all’insù, ad ammirare lo scintillio della via lattea e questo meraviglioso spettacolo notturno smetto di pensare, ecco, l’Africa.

Anche il gatto Fellini guarda il cielo:
"La luna sorride..." Mi sembra che sappia qualcosa che noi non sappiamo Madariaga"



sabato 9 marzo 2013

Flashback: Shabani e la lezione africana


Nota: il 31 gennaio 2012 ho perso tutti i vecchi post per la chiusura di Splinder. Sto lentamente recuperando i miei vecchi post, pubblicati su altri siti. Il contenuto è quello originale anche se alcune cose sono state riviste e corrette dal punto di vista ortografico e grammaticale. 

Guardarsi indietro a volte aiuta a capire dove vogliamo andare...non so se riscriverei le stesse cose ora, dopo 4 anni ma mi piace l'idea di riportare a galla i vecchi post...

1 Dicembre 2008, Bagamoyo - Tanzania - Servizio Civile con CVM (Comunità Volontari per il Mondo)

Carichiamo gli scatoloni in macchina, salutiamo Ologolie e Lala, i due Masai guardiani dell’ufficio del CVM e lasciamo Bagamoyo per dirigerci a Chalinze, il villaggio che quest’anno ospiterà la giornata mondiale dell’AIDS per il distretto di Bagamoyo. Appena lasciata la sonnolenta cittadina di Bagamoyo e le sue strade sabbiose attraversiamo la campagna, verde, seguiti da una scia di polvere sollevata dalla jeep che viaggia sobbalzando sulla strada di terra rossiccia, superiamo uomini sudati che pedalano lentamente su biciclette monomarcia cariche di carbone mentre in direzione contraria provengono traballanti camion carichi di ananas. Al villaggio di Msata rientriamo sulla strada asfaltata che collega Dar es Salaam con il Nord del paese, arteria fondamentale per il movimento di merci, persone ma anche, purtroppo, del virus del’ HIV. Poco dopo raggiungiamo lo snodo stradale di Chalinze, con i suoi bar, venditori di anacardi e colorate baracche adibite a negozi. La sera, fra i fari dei camion e le poche luci dei bar, uomini soli in cerca di compagnia e ragazze pronte a vendersi per poche migliaia di scellini (2-3 euro) si incontrano per incontri fugaci e ad altissimo rischio. Infatti, questa è una delle aree dal più alto tasso di HIV/AIDS di tutto il distretto.
Lo spazio dove si terrà la manifestazione è ancora vuoto, ma vari gruppi di persone dalle maglie di diversi colori iniziano a radunarsi. Sembrano tante squadre di calcio, c’è chi veste in giallo, chi in blu e chi in bianco. I bianchi siamo noi, a parere di tutti, le magliette più belle, quelle vestite anche dalle autorità, segno di una collaborazione costruttiva e di un dialogo costante con le istituzioni locali, un valore irrinunciabile per il CVM che negli anni sta dando i suoi frutti. Lentamente, e piuttosto in ritardo rispetto al programma, vengono disposte le sedie e fissati i teli che proteggeranno i partecipanti dai raggi del potente sole di dicembre, nonostante queste misure preventive, il caldo si farà sentire, con relativo bagno di sudore, ormai un’abitudine quotidiana. Io e Francesca ci sediamo nelle ultime file, scattiamo un po’ di foto, ascoltiamo i discorsi ufficiali che non capiamo ma che con l’aiuto dei nostri amici e compagni di lavoro Elineth, Erena e Emanuel riusciamo per lo meno ad intuire. Segue l’esecuzione di alcune danze tradizionali da parte di un gruppo di donne locali. Prendono la parola anche rappresentanti di associazioni di persone che vivono con l’HIV/AIDS e rappresentanti di varie istituzioni locali. I giovani hanno un ruolo molto importante in questa giornata, anche grazie ad alcune ragazze e ragazzi formati nell’ambito del progetto del CVM, vengono messe in scena alcune rappresentazioni teatrali utilizzate per comunicare con i giovani e i meno giovani su tematiche legate all’HIV/AIDS, come il cambio comportamentale finalizzato alla prevenzione della trasmissione, l’attitudine verso le persone affette da HIV/AIDS e i comportamenti a rischio. Pur non cogliendo appieno le parole, la rappresentazione drammatica coinvolge e attrae l’attenzione del non foltissimo pubblico presente. 
Seduto all’ombra di un ombrello saluto un bimbo dagli occhi svegli, la testa rasata e le orecchie un po’ a sventola, veste una maglia rossa, di seconda mano, che recita: ”Qualcuno che mi ama molto è stato al Mall of America e mi ha portato questa maglietta”, non credo che Shabani, questo è il suo nome, conosca qualcuno che abbia visitato il centro commerciale più grande del mondo, in Minnesota. Non credo sappia nemmeno cosa sia un centro commerciale, ma trovo, questa maglieIta, tristemente ironica e significativa dello squilibrio degli stili e livelli di consume. Da una parte il Nord, con le magliette comprate per celebrare una visita ad un centro commerciale, dall’altra i Sud, con la stessa maglietta, questa volta di seconda o terza mano mano e piuttosto strappata. Shabani è uno dei più piccoli fra i molti presenti, le scuole sono chiuse, quindi i bambini gironzolano incuriositi da questa folla colorata e rumorosa. Segue in disparte, poi si siede a guardare la rappresentazione teatrale. Arriva il momento della distribuzione dei volantini e dei calendari stampati dal CVM, la folla si concentra su di noi, lottando per un calendario o per un volantino colorato, anche il nostro bimbo partecipa alla ressa, ottiene una discreta quantità di fogli colorati e riviste informative a distribuzione gratuita sull’AIDS che però regala immediatamente agli altri bambini, rimasti esclusi dalla distribuzione. Finiti i calendari, e il relativo assembramento per ottenerli, segue il pranzo tutti insieme a base di riso pilau, riso bollito condito con spezie, e carne di capra, tutti ne prendono un piatto e i bambini non fanno eccezione, si assembrano attorno ai pentoloni incrostati per finire l’ultimo riso rimasto, non lui, non Shabani, lui se ne sta in disparte e non mangia, gli offriamo un piatto di riso per essere sicuri che non fosse troppo timido per prenderlo da sé ma rifiuta, sorride e corre in giro, felice. Lo definiamo “il bimbo più buono e generoso di Chalinze”. Verso sera si ritorna verso Bagamoyo, Christopher ci riaccompagna a casa in macchina, appena prima di aprire il cancello per entrare in casa veniamo salutati da un gruppo di bambini che grida: “Mzungu, mzungu!” (uomo bianco, in swahili) al solito, rispondiamo con un sorriso e dicendo “Mambo!”. Uno dei più piccoli mi si avvicina e mi regala un pop-corn, gli altri, a turno, fanno a gara a chi me ne regala di più, sorpreso, accetto, in un attimo mi ritrovo a mani piene, accovacciato, ne mangio un po’ con loro, poi, sorridenti, salutano e se ne vanno. Rimango un attimo fermo a pensare, essere bambino significa anche questo, essere africano significa anche questo, la generosità e il dono, le due grandi lezioni di queste mie prime settimane in Tanzania.

Liniers ci insegna il segreto dell'ubiquità:

Enriqueta:"Sai che io posso stare in due posti nello stesso momento?", Fellini:"No...questo è impossibile", Enriqueta:"Vuoi che te lo faccia vedere?"

domenica 17 febbraio 2013

Bentiu, ultima corsa



Fiato corto, il fango secco scricchiola sotto i piedi, una mattina di gennaio a Bentiu, la mia ultima corsa in sud Sudan. Per la verità sono state poche, pigrizia, lavoro, alta mobilità fra i 2 campi rifugiati e la base di Bentiu, tanto fango e poi la pesante malaria di Ottobre hanno contribuito a rendere le mie corse davvero sporadiche. Tempo di bilanci e di “ultime volte”.
L’ultima tappa alla panetteria di Mohamed, l’allegro signore, anzianotto e pacioccone, dalla pelle color del rame, incorniciata da una barba d’argento ed un cappello bianco, cilindrico e un po’ consumato, il suo negozio è nel souk (mercato) di Rubkona, nelle vicinanze l’ufficio di CARE International e di un paio di agenzie delle Nazione Unite, vende il più buon pane di tutta Bentiu, morbido, lievitato, soffice, al contrario dell’ esh, piatto, bianco, non lievitato e senza sale, quello che spesso in Italia chiamiamo “pane arabo”. Mohamed è stata una tappa fondamentale di ogni visita sul campo. Sveglia presto, preparativi pre-partenza, un occhio alla mail, una saluto a Daniela su Skype e poi via, Land Cruiser carico di materiale, telefono satellitare carico, radiotrasmittenti accese e quell’eccitazione mista ad entusiasmo che sempre c’è nell’aria all’inizio di ogni visita sul campo, che poi altro non è che un viaggio, di lavoro, ma pur sempre un viaggio.
L’ultima visita sul campo, l’auto dondola lenta per le vie di Bentiu, donne magrissime con enormi carichi in testa oppure sedute al mercato improvvisato a vendere zucchero, di cui i sudsudanesi sono assai ghiotti. Polvere, c’è tanta polvere in questo periodo, da due mesi niente piogge, l’ultima pioggia che ho visto è stata quella che mi ha fatto passare la notte in macchina con Afayo, a fine Ottobre, bloccati nel fango in attesa di soccorsi. Appena fuori Bentiu tappa da Mohamed, pane e qualche soda, compro anche un po’ di sale, da aggiungere al pane di Mohamed per insaporirlo un po’. Poi via verso nord, attraversando i campi petroliferi, le enormi pianure dominate da branchi di centinaia di mucche al pascolo, controllate da magrissimi pastori dinka, a volte provvisti di mitra AK-47, anche conosciuto come Kalashnikov, secondo voci ben informati reperibile senza in zona (ovviamente senza licenza) per circa 200 dollari, lo stipendio mensile della nostra donna delle pulizie-cuoca.
Ultima visita a Pariang, qualche successo e molte battaglie perse, 6 mesi intensi fra campi rifugiati allagati, campi che sono acquitrini, i ragazzi del progetto che cercano di far crescere pomodori, melanzane e cipolle su una terra difficile, prima molle come argilla poi dura come il carbone. Le lunghe giornate a camminare per Pariang con Kuol e le centinaia di buche scavate per niente per piantare alberi che poi abbiamo dovuto spostare di nuovo, alti a bassi di 6 mesi vissuti intensamente, fra la mancanza di elettricità, la rete del telefonino che c’è come se non ci fosse e tanti piatti di riso e lenticchie (a proposito, incredibile a dirsi ma mi mancano già un bel po’ le lenticchie).
L’ultima volta a Nyeel, il campo rifugiati in miniatura ma dove si trova gente dal cuore grande, e a volte anche dalla testa dura, gente do montagna, montagne Nuba, diretti, pronti a criticare errori ma anche a riconoscere quando le cose vanno per il verso giusto, gente orgogliosa ma anche africanamente ospitale e sorridente.


Ultimi sguardi su una terra aspra, dalla savana secca che dall’altro diventa una pelle di leopardo a causa degli enormi ed estesissimi incendi di questo periodo dell’anno, volontari o meno rendono l’aria carica di cenere che penetra in casa e si deposita ovunque, il cielo diventa più opaco e aleggia, portato dal vento, un forte odore di erba bruciata.
Ultima serata al Grand Hotel, con i colleghi di altre ONG, sedie di plastica, una notiziario in kiswahili lla TV, birra Red Horse calda, qualche verde latina di Heineken sul tavolo, sigarette keniane di sottomarca, chiacchere indistinte, racconti di incertezza e frustrazioni, io alzo gli occhi e guardo il cielo stellato di questo Sud Sudan così instabile e cosi complesso, affascinante e  selvaggio.
Ultimo abbraccio a Michael nel buio della notte e penso ai 6 mesi trascorsi insieme, un grande amico, tante serate, tante ore di lavoro e sudore insieme, tante notti in tenda, ognuno chiuso un po’nel suo mondo a ritrovare le energie per affrontare la giornata successiva, come lumache che si ritirano nel proprio guscio, la sera si parla poco, bisogna staccare, musica, affetti, qualche telefonata oltre confine e qualche serie televisiva.
Sto sedimentando ora l’esperienza in Sud Sudan, ci impiego tempo ad elaborare emozioni, esperienze, punti di vista, da fuori sarà più facile ora che ho lasciato la terra dei pastori dinka, dei falchi e delle pianure del Nilo a perdita d’occhio.

Il sempre saggio Liniers:
"Non devo sprecare il mio tempo"