Translate
martedì 16 aprile 2013
Notas de viaje...: Flashback: C'è sempre un mango - Marzo 2009
Notas de viaje...: Flashback: C'è sempre un mango - Marzo 2009: Nota: il 31 gennaio 2012 ho perso tutti i vecchi post per la chiusura di Splinder. Sto lentamente recuperando i miei vecchi post, pub...
Flashback: C'è sempre un mango - Marzo 2009
Nota: il 31 gennaio 2012 ho perso tutti i vecchi post per la chiusura di Splinder. Sto lentamente recuperando i miei vecchi post, pubblicati su altri siti. Il contenuto è quello originale anche se alcune cose sono state riviste e corrette dal punto di vista ortografico e grammaticale.
Marzo 2009, Bagamoyo - Tanzania - Servizio Civile con CVM (Comunità Volontari per il Mondo)
Il sole brilla chiaro ed indisturbato alto nel cielo
azzurro, nessuna nuvola a intralciare i suoi raggi potenti e penetranti.
Dondoliamo dentro il fuoristrada, sudati e sonnolenti per la temperatura e il
viaggio di un paio d’ore su strade polverose e dissestate, oggi è giornata di
visita sul campo, dopo giorni di lavoro in ufficio oggi è arrivato il momento
di andare a vedere come procedono le attività ma soprattutto di incontrare i
veri protagonisti del progetto che stiamo facilitando, donne e uomini dei
villaggi del distretto di Bagamoyo, amici e compagni di viaggio.
Qualche discussione durante il viaggio, normalmente in inglese, sempre più
spesso in “tentato swahili” e a volte in italiano. Complice il caldo, ci si
assopisce, soprattutto io e Francesca, ma veniamo presto svegliati da una buca
o da un dosso, non possiamo lamentarci, il nostro viaggio è molto più comodo
rispetto a quello di qualsiasi altra persona che incontriamo lungo il tragitto,
pulmini sovraffollati da mamme con il loro relativo fagottino dagli occhi
grandi e neri, incerte biciclette sovraccariche e scricchiolanti oppure
gruppetti di donne e ragazze in fila indiana con pesanti secchi in testa, i corpi
avvolti da kanga variopinti e i volti rigati dal sudore.
Ormai è marzo e dovrebbe essere iniziata la stagione delle piogge, ma di acqua
nemmeno l’ombra, solamente qualche breve acquazzone che dura meno del tempo di
una canzone. Larghi appezzamenti di campagna iniziano ad ingiallire e i
contadini iniziano a temere per i propri raccolti ma la per gran parte il
colore dominante è ancora il verde degli immensi spazi non coltivati
punteggiati da magre mucche al pascolo e palme spettinate dalla brezza
proveniente dall’ Oceano Indiano. Arriviamo a Talawanda, il primo villaggio
della giornata, ci accolgono volti sorridenti e mani tese, mani ruvide e dalla
pelle spessa, sguardi timidi e sfuggenti, sguardi più vivaci e curiosi di
bambini scalzi che giocano allegramente sotto un mango. Eh sì, perchè c’è sempre
un mango, c’è sempre un mango all’ombra del quale sedersi e chiacchierare,
spuntano le sedie e le panche e ci si siede insieme, una alla volta spuntano le
ragazze che grazie ad un piccolo prestito hanno migliorato o iniziato una loro
piccola attività economica, c’è chi cucina, c’è chi compra e vende vestiti, che
chi prepara pane e frittelle e le vende per strada, c’è chi ha deciso di
vendere frutta e verdura o chi ha preferito il pesce. Ascoltiamo, consigliamo,
incoraggiamo. Saliamo di nuovo in macchina e ci spostiamo verso il prossimo
villaggio, Msata, anche qui c’è un mango, un verdissimo mango frondoso, al
momento privo di frutti, ci sediamo con il gruppo locale dell’associazione di
persone che vivono con l’HIV/AIDS. Anche qui volti sorridenti, sguardi sfuggenti e
mani ruvide, compaiono due stuoie e ci sediamo sotto il mango, ancora una volta
scenografia naturale di questo incontro, all’ombra del mango ascoltiamo
racconti di vita, di gente che lotta, gente discriminata, gente che ha voglia
di vivere una vita piena e ha voglia di lottare.
Abbiamo viaggiato molto lungo le strade del distretto, stretto decine di mani,
salutato molte persone, sotto un mango abbiamo condiviso problemi, ascoltato
speranze e bisogni, sogni di un futuro migliore, l’importante è che ci sia
sempre un mango sotto al quale sedersi senza fretta, lentamente, aprendosi
all’ascolto e essendo pronti a raccontarci, per condividere qualcosa e crescere
insieme. Credo che questa sia una lezione molto importante, dovremmo cercare un
mango tutti i giorni, se non fisicamente, almeno un mango spirituale, sotto al
quale sederci e lasciare da parte la fretta, i piccoli doveri quotidiani e
lasciarci andare in conversazioni e cuore aperto, lentamente, senza tempo,
senza barriere e senza pregiudizi, abbassiamo lo scudo protettivo di cui spesso
abbiamo bisogno, o pensiamo di aver bisogno, per andare avanti nella vita di
tutti i giorni. Abbassiamo lo scudo, abbassiamo le armi e sediamoci insieme
sotto un mango, anche questo l’ho imparato qui, in Africa.
E ora Liniers, che con Fellini ci fa notare la poesia anche negli alberi...
Fellini: "Le palme sono i fuochi artificiali degli alberi"
venerdì 15 marzo 2013
Africa, 4 anni
“Kosovo! Kosovo!” grida il controllore del minibus, “Acha!” risponde una grassa signora
avvolta in un vestito che è un caleidoscopio di colori brillanti e vivaci:
giallo, rosso, verde, blu, sudata, si alza con 2 enormi sachetti di plastica nera,
scende lentamente dal minibus. Asciugandosi il sudore dalla fronte sotto il
sole cocente e abbacinante del meriggio equatoriale, si guarda intorno alla
ricerca di una moto-taxi (piki-piki).
Kosovo non è lo stato dei Balcani, ma la penultima fermata dei mezzi pubblici
sulla tratta che da Dar es Salaam, Dar per gli amici, porta a Bagamoyo, Baga
per gli amici.
Sono arrivato a Bagamoyo per la
prima volta il 23 novembre 2008, non sembra ieri, sembra tanto tempo fa, molte
cose sono cambiate. Tornare ancora qui, oltre quattro anni dopo fa uno strano
effetto e avendo tempo per riflettere mi trovo a pensare a quante cose siano
cambiate in questi anni e a quante invece siano rimaste le stesse.
Per fortuna la spiaggia è rimasta
la stessa, a volte tranquilla e silenziosa, a volte movimentata e rumorosa,
fitta di pescatori intenti avendere il pesce, scaricatori di porto che
scaricano le immancabili taniche di plastica gialla dai barconi che commerciano
con Zanzibar e compratrici di pesce, sdraiate a pulirlo o a contrattare il
miglior prezzo possible. Le corde che ancorano le barche a terra sono sempre là,
e noi, a schivarle, a passare sopra o sotto. L’odore della spiaggia è lo
stesso, alghe, pesce imputridito ma anche la brezza dell’Oceano Indiano, che
rinfresca e risolleva il corpo e la mente. Due grandi alberghi sono andati a
fuoco 3 anni fa e non hanno più riaperto, mentre un colosso di cemento sbiancato
è sorto a pochi centinaia di metri dalla croce che ricorda i primi missionari cattolici
che alla fine del XIX secolo sono arrivati a Bagamoyo per predicare il Vangelo.
Ora, oltre all’opera evangelizzatrice, hanno costruito e gestiscono un albergo,
i tempi cambiano.
Alcune strade, prima di sabbia
sono state asfaltate, di certo sono più comode, ma significa anche che i giovani
e spericolati guidatori delle moto-taxi e i pazzi guidatori di camion e minibus
possono sfrecciare a velocità nettamente superiori, mettendo a repentaglio la
vita dei passanti, soprattutto quella di bimbi distratti e anziani dalla vista
scarsa e dai movimenti rallentati. Ora a Bagamoyo ci sono 2 banche con il relativi
bancomat, di cui uno allacciato ai circuiti internazionali, quando sono
arrivato io, per prelevare bisognava andare a Dar es Salaam. Più banche non
significa necessariamente che la gente abbia più soldi, anzi l’impressione di
tutti è che nei locali pubblici, alberghi e ristoranti ci sia sempre meno
gente, locali che una volta erano il fulcro della vita serale e notturna di
Bagamoyo (sì, anche in Africa si fa festa…) sono ora smorti e popolati solo di
qualche indomabile bevitore e qualche dolce coppietta che sorseggia una bibita
sussurrandosi frasi d’amore.
I prezzi di alcuni beni di consume
sono aumentati in maniera spropositata: la farina di mais per l’ugali, il piatto base dell’alimentazione
tanzaniana è passata da 6-700 scellini al kilo (0,33-0,38 cent di euro) a 1.200-1.400,
esattamente il doppio; il riso è passato da 1.200-1.300 scellini (66 cent di
euro) ad attorno 2.000-2.200 scellini al kilo; la birra ha subito lo stesso
aumento del riso, da 1.300 scellini nel 2009 a 2.000 scellini nel 2013. I
salari e i prezzi per i contadini non sono aumentati di pari passo e questo ha avuto
terribili conseguenze alimentari. Le famiglie più povere, che sono spesso anche
le famiglie più numerose, si sono
trovate e diminuire il numero di pasti mettendo i bambini a rischio
malnutrizione. L’aumento del prezzo della birra ha anche indotto ad un aumento
del consumo di alcol prodotto localmente con relativo rischio di salute. L’alcol
locale, infatti, viene spesso “tagliato” con sostanze tossiche in maniera da
renderlo più potente. Mezzo litro, al costo di circa 500-600 scellini (un
quarto di una birra) basta allo sballo per una serata ma spesso costa ai
consumatori l’integrità o la funzionalità di fegato, del cervello o la perdita
della vista.
Alcune cose cambiano, altre rimangono
uguali, spesso sia in un caso che nell’altro capire il perchè è complicato ,
difficile, l’Africa è un continente complesso, imprevedibile, credo, in un
certo qual modo inconoscibile, inafferrabile e inspiegabile. Dopo quattro anni
qua non credo di capirne molto di più, si, ho imparato molte cose, parlato con
centinaia di persone, mi sono confrontanto e scambiato idee con gente di tutti i
tipi ma non credo di aver migliorato di molto la mia compresione delle
dinamiche interpersonali, comunitarie e sociali di questo angolo d’Africa. Al
contrario, sono convinto che forse, per vivere bene qui, a volte bisogna
lasciar stare le spiegazioni razionali e i mille dubbi, la ricerca di un perchè
e semplicemente vivere, assaporare, nel dolce e nell’amaro, il gusto di un
continente altro, ricco di drammi, ma anche di idée, sogni e speranze.
Al buio, seduto su una scomodissima
sedia di plastica, ascolto le rane che nel vicino stagno gracidano
fragorosamente, osservo la sagoma nera delle palme, si stagliano contro il
cielo blu scuro punteggiato di luci, le fronde si muovono, la brezza soffia
leggera sulla pelle e solleva un brivido piacevole. Col naso all’insù, ad
ammirare lo scintillio della via lattea e questo meraviglioso spettacolo
notturno smetto di pensare, ecco, l’Africa.
Anche il gatto Fellini guarda il cielo:
"La luna sorride..." Mi sembra che sappia qualcosa che noi non sappiamo Madariaga"
sabato 9 marzo 2013
Flashback: Shabani e la lezione africana
Nota: il 31 gennaio 2012 ho perso tutti i vecchi post per la chiusura di Splinder. Sto lentamente recuperando i miei vecchi post, pubblicati su altri siti. Il contenuto è quello originale anche se alcune cose sono state riviste e corrette dal punto di vista ortografico e grammaticale.
Guardarsi indietro a volte aiuta a capire dove vogliamo andare...non so se riscriverei le stesse cose ora, dopo 4 anni ma mi piace l'idea di riportare a galla i vecchi post...
1 Dicembre 2008, Bagamoyo - Tanzania - Servizio Civile con CVM (Comunità Volontari per il Mondo)
Carichiamo gli
scatoloni in macchina, salutiamo Ologolie e Lala, i due Masai guardiani
dell’ufficio del CVM e lasciamo Bagamoyo per dirigerci a Chalinze, il villaggio
che quest’anno ospiterà la giornata mondiale dell’AIDS per il distretto di
Bagamoyo. Appena lasciata la sonnolenta cittadina di Bagamoyo e le sue strade
sabbiose attraversiamo la campagna, verde, seguiti da una scia di polvere
sollevata dalla jeep che viaggia sobbalzando sulla strada di terra rossiccia,
superiamo uomini sudati che pedalano lentamente su biciclette monomarcia
cariche di carbone mentre in direzione contraria provengono traballanti camion
carichi di ananas. Al villaggio di Msata rientriamo sulla strada asfaltata che
collega Dar es Salaam con il Nord del paese, arteria fondamentale per il
movimento di merci, persone ma anche, purtroppo, del virus del’ HIV. Poco dopo
raggiungiamo lo snodo stradale di Chalinze, con i suoi bar, venditori di
anacardi e colorate baracche adibite a negozi. La sera, fra i fari dei camion e
le poche luci dei bar, uomini soli in cerca di compagnia e ragazze pronte a
vendersi per poche migliaia di scellini (2-3 euro) si incontrano per incontri
fugaci e ad altissimo rischio. Infatti, questa è una delle aree dal più alto
tasso di HIV/AIDS di tutto il distretto.
Lo spazio dove si terrà la manifestazione è ancora vuoto, ma vari gruppi di
persone dalle maglie di diversi colori iniziano a radunarsi. Sembrano tante
squadre di calcio, c’è chi veste in giallo, chi in blu e chi in bianco. I
bianchi siamo noi, a parere di tutti, le magliette più belle, quelle vestite
anche dalle autorità, segno di una collaborazione costruttiva e di un dialogo
costante con le istituzioni locali, un valore irrinunciabile per il CVM che
negli anni sta dando i suoi frutti. Lentamente, e piuttosto in ritardo rispetto
al programma, vengono disposte le sedie e fissati i teli che proteggeranno i
partecipanti dai raggi del potente sole di dicembre, nonostante queste misure
preventive, il caldo si farà sentire, con relativo bagno di sudore, ormai
un’abitudine quotidiana. Io e Francesca ci sediamo nelle ultime file, scattiamo
un po’ di foto, ascoltiamo i discorsi ufficiali che non capiamo ma che con
l’aiuto dei nostri amici e compagni di lavoro Elineth, Erena e Emanuel
riusciamo per lo meno ad intuire. Segue l’esecuzione di alcune danze
tradizionali da parte di un gruppo di donne locali. Prendono la parola anche
rappresentanti di associazioni di persone che vivono con l’HIV/AIDS e rappresentanti
di varie istituzioni locali. I giovani hanno un ruolo molto importante in
questa giornata, anche grazie ad alcune ragazze e ragazzi formati nell’ambito
del progetto del CVM, vengono messe in scena alcune rappresentazioni teatrali
utilizzate per comunicare con i giovani e i meno giovani su tematiche legate
all’HIV/AIDS, come il cambio comportamentale finalizzato alla prevenzione della
trasmissione, l’attitudine verso le persone affette da HIV/AIDS e i
comportamenti a rischio. Pur non cogliendo appieno le parole, la
rappresentazione drammatica coinvolge e attrae l’attenzione del non foltissimo
pubblico presente.
Seduto all’ombra di un ombrello saluto un bimbo dagli occhi svegli, la testa
rasata e le orecchie un po’ a sventola, veste una maglia rossa, di seconda
mano, che recita: ”Qualcuno che mi ama molto è stato al Mall of America e mi ha portato questa maglietta”, non credo che
Shabani, questo è il suo nome, conosca qualcuno che abbia visitato il centro commerciale
più grande del mondo, in Minnesota. Non credo sappia nemmeno cosa sia un centro
commerciale, ma trovo, questa maglieIta, tristemente ironica e significativa
dello squilibrio degli stili e livelli di consume. Da una parte il Nord, con le
magliette comprate per celebrare una visita ad un centro commerciale,
dall’altra i Sud, con la stessa maglietta, questa volta di seconda o terza mano
mano e piuttosto strappata. Shabani è uno dei più piccoli fra i molti presenti,
le scuole sono chiuse, quindi i bambini gironzolano incuriositi da questa folla
colorata e rumorosa. Segue in disparte, poi si siede a guardare la
rappresentazione teatrale. Arriva il momento della distribuzione dei volantini
e dei calendari stampati dal CVM, la folla si concentra su di noi, lottando per
un calendario o per un volantino colorato, anche il nostro bimbo partecipa alla
ressa, ottiene una discreta quantità di fogli colorati e riviste informative a
distribuzione gratuita sull’AIDS che però regala immediatamente agli altri
bambini, rimasti esclusi dalla distribuzione. Finiti i calendari, e il relativo
assembramento per ottenerli, segue il pranzo tutti insieme a base di riso
pilau, riso bollito condito con spezie, e carne di capra, tutti ne prendono un
piatto e i bambini non fanno eccezione, si assembrano attorno ai pentoloni
incrostati per finire l’ultimo riso rimasto, non lui, non Shabani, lui se ne
sta in disparte e non mangia, gli offriamo un piatto di riso per essere sicuri
che non fosse troppo timido per prenderlo da sé ma rifiuta, sorride e corre in
giro, felice. Lo definiamo “il bimbo più buono e generoso di Chalinze”. Verso
sera si ritorna verso Bagamoyo, Christopher ci riaccompagna a casa in macchina,
appena prima di aprire il cancello per entrare in casa veniamo salutati da un
gruppo di bambini che grida: “Mzungu,
mzungu!” (uomo bianco, in swahili) al solito, rispondiamo con un sorriso e
dicendo “Mambo!”. Uno dei più piccoli
mi si avvicina e mi regala un pop-corn, gli altri, a turno, fanno a gara a chi
me ne regala di più, sorpreso, accetto, in un attimo mi ritrovo a mani piene,
accovacciato, ne mangio un po’ con loro, poi, sorridenti, salutano e se ne
vanno. Rimango un attimo fermo a pensare, essere bambino significa anche
questo, essere africano significa anche questo, la generosità e il dono, le due
grandi lezioni di queste mie prime settimane in Tanzania.
Liniers ci insegna il segreto dell'ubiquità:
Enriqueta:"Sai che io posso stare in due posti nello stesso momento?", Fellini:"No...questo è impossibile", Enriqueta:"Vuoi che te lo faccia vedere?"
domenica 17 febbraio 2013
Bentiu, ultima corsa
Fiato corto, il fango secco scricchiola sotto i piedi, una mattina di
gennaio a Bentiu, la mia ultima corsa in sud Sudan. Per la verità sono state
poche, pigrizia, lavoro, alta mobilità fra i 2 campi rifugiati e la base di
Bentiu, tanto fango e poi la pesante malaria di Ottobre hanno contribuito a
rendere le mie corse davvero sporadiche. Tempo di bilanci e di “ultime volte”.
L’ultima tappa alla panetteria di Mohamed, l’allegro signore, anzianotto e
pacioccone, dalla pelle color del rame, incorniciata da una barba d’argento ed
un cappello bianco, cilindrico e un po’ consumato, il suo negozio è nel souk (mercato) di Rubkona, nelle
vicinanze l’ufficio di CARE International e di un paio di agenzie delle Nazione
Unite, vende il più buon pane di tutta Bentiu, morbido, lievitato, soffice, al
contrario dell’ esh, piatto, bianco,
non lievitato e senza sale, quello che spesso in Italia chiamiamo “pane arabo”.
Mohamed è stata una tappa fondamentale di ogni visita sul campo. Sveglia
presto, preparativi pre-partenza, un occhio alla mail, una saluto a Daniela su
Skype e poi via, Land Cruiser carico di materiale, telefono satellitare carico,
radiotrasmittenti accese e quell’eccitazione mista ad entusiasmo che sempre c’è
nell’aria all’inizio di ogni visita sul campo, che poi altro non è che un
viaggio, di lavoro, ma pur sempre un viaggio.
L’ultima visita sul campo, l’auto dondola lenta per le vie di Bentiu, donne
magrissime con enormi carichi in testa oppure sedute al mercato improvvisato a
vendere zucchero, di cui i sudsudanesi sono assai ghiotti. Polvere, c’è tanta
polvere in questo periodo, da due mesi niente piogge, l’ultima pioggia che ho
visto è stata quella che mi ha fatto passare la notte in macchina con Afayo, a
fine Ottobre, bloccati nel fango in attesa di soccorsi. Appena fuori Bentiu
tappa da Mohamed, pane e qualche soda, compro anche un po’ di sale, da aggiungere
al pane di Mohamed per insaporirlo un po’. Poi via verso nord, attraversando i
campi petroliferi, le enormi pianure dominate da branchi di centinaia di mucche
al pascolo, controllate da magrissimi pastori dinka, a volte provvisti di mitra
AK-47, anche conosciuto come Kalashnikov,
secondo voci ben informati reperibile senza in zona (ovviamente senza
licenza) per circa 200 dollari, lo stipendio mensile della nostra donna delle
pulizie-cuoca.
Ultima visita a Pariang, qualche successo e molte battaglie perse, 6 mesi
intensi fra campi rifugiati allagati, campi che sono acquitrini, i ragazzi del
progetto che cercano di far crescere pomodori, melanzane e cipolle su una terra
difficile, prima molle come argilla poi dura come il carbone. Le lunghe
giornate a camminare per Pariang con Kuol e le centinaia di buche scavate per
niente per piantare alberi che poi abbiamo dovuto spostare di nuovo, alti a bassi
di 6 mesi vissuti intensamente, fra la mancanza di elettricità, la rete del
telefonino che c’è come se non ci fosse e tanti piatti di riso e lenticchie (a
proposito, incredibile a dirsi ma mi mancano già un bel po’ le lenticchie).
L’ultima volta a Nyeel, il campo rifugiati in miniatura ma dove si trova
gente dal cuore grande, e a volte anche dalla testa dura, gente do montagna,
montagne Nuba, diretti, pronti a criticare errori ma anche a riconoscere quando
le cose vanno per il verso giusto, gente orgogliosa ma anche africanamente
ospitale e sorridente.
Ultimi sguardi su una terra aspra, dalla savana secca che dall’altro
diventa una pelle di leopardo a causa degli enormi ed estesissimi incendi di
questo periodo dell’anno, volontari o meno rendono l’aria carica di cenere che
penetra in casa e si deposita ovunque, il cielo diventa più opaco e aleggia,
portato dal vento, un forte odore di erba bruciata.
Ultima serata al Grand Hotel, con i colleghi di altre ONG, sedie di
plastica, una notiziario in kiswahili lla TV, birra Red Horse calda, qualche verde
latina di Heineken sul tavolo, sigarette keniane di sottomarca, chiacchere
indistinte, racconti di incertezza e frustrazioni, io alzo gli occhi e guardo
il cielo stellato di questo Sud Sudan così instabile e cosi complesso, affascinante
e selvaggio.
Ultimo abbraccio a Michael nel buio della notte e penso ai 6 mesi trascorsi
insieme, un grande amico, tante serate, tante ore di lavoro e sudore insieme,
tante notti in tenda, ognuno chiuso un po’nel suo mondo a ritrovare le energie
per affrontare la giornata successiva, come lumache che si ritirano nel proprio
guscio, la sera si parla poco, bisogna staccare, musica, affetti, qualche telefonata
oltre confine e qualche serie televisiva.
Sto sedimentando ora l’esperienza in Sud Sudan, ci impiego tempo ad
elaborare emozioni, esperienze, punti di vista, da fuori sarà più facile ora
che ho lasciato la terra dei pastori dinka, dei falchi e delle pianure del Nilo
a perdita d’occhio.
Il sempre saggio Liniers:
"Non devo sprecare il mio tempo"
martedì 1 gennaio 2013
Marrone
L’ombra del falco si muove leggera strisciando sulla sabbia, fine e
marrone, bimbi nudi in braccio a bimbi dai vestiti stracciati, rotti in più
punti e sporchi. Vestiti un tempo belli, su bambini europei puliti, pasciuti e
coccolati ora qui, a Nyeel, brutti e invecchiati, la gonna da ballerina bianca
è diventata color terra, terra marrone e secca. Il contrasto con il viso
gioioso ed il sorriso aperto dei bambini è netto. “What is my name?” dice la voce squillante di una bambina dai
capelli intrecciati con elastici colorati apposta per il Natale. In realtà
intende chiedermi come mi chiamo io, ma non importa, l’importante è capirsi. Le
rispondo: “Stefano, and you?”, lei non
mi risponde e se ne va timida. Immergersi a Nyeel fra pance rotonde, gonfie, nasi
mocciosi, bocche sporche, piedi scalzi e sentirsi chiamare kawaja (uomo bianco) mi da gioia e mi fa sentire sereno, sicuro e
protetto dalla presenza di centinaia di bambini grandi, piccoli e piccolissimi tutti
interessati morbosamente alle bottiglie di plastica vuote, chiamate kristal. Rari i giochi, un bastone senza
corteccia, il coperchio di una lattina che conteneva l’olio delle razioni di
cibo, un chiodo dimenticato da carpentieri sbadati ed ecco un’automobile;
qualche hoola-hop nuovo ricevuto per Natale, una corda attaccata ad un bastone
da far vibrare nell’aria ed ecco un passatempo musicale, la fantasia di sicuro
non manca.
Il vento soffia sopra il Sud Sudan marrone, in questo periodo il Sud Sudan,
o almeno questa sterminata pianura di nera terra del Nilo ricoperta di erba
secca, diventa marrone. E’ marrone l’acqua degli hafir (serbatoi scavati nella terra per accumulare l’acqua) dalle
ultime piogge ormai sono passati quasi due mesi, l’erba è di un marroncino
chiaro, quasi giallo, ma senza vita. E’ il tramonto di un giorno qualsiasi e le
mucche tornano dal pascolo, sono marroni anche loro, provo a contarle,
impossibile, in lento movimento disordinato, si fermano a bere ad un hafir, muggiscono, il sole, arancione e stanco
di tanto brillare va a riposarsi, e la brezza serale, rinfrescante dopo un
giorno secco e torrido, entra nei capelli portando con se anche la polvere,
marrone anche lei. E’ marrone il sorgo maturo, le canne, alte anche 2-3 metri,
cariche di palline marroni, è tempo di raccolto, un raccolto marrone. Sono
marroni le case della gente, di fango I muri e di paglia il tetto, Jackline sta
lisciando il fango nuovo che ha appena spalmato per coprire le vecchie crepe
sul muro esterno di casa. Jackline, sudata e circondata di bambini, ci invita ad
entrare: “Pranzate?”, sostiene Kuol che ha fame ed è ora di pranzare, oggi si
mangia akob, fatto di farina di sorgo
fatto di sfere marroni delle dimensioni delle palline del polistirolo e acidule
foglie di acacia, verdi, fresche, il tutto arricchito e insaporito da una sorta
di burro, amaro e saporito, quasi formaggio liquido. Il primo cucchiaio mi
intimorisce un po’, ma il sapore non è male, certo, non è un sapore della nostra
cucina ma si lascia mangiare. Jackline e sua sorella prendono 2 cucchiai giusto
per farci compagnia ma lasciano il cibo quasi tutto per noi, un piatto solo, 4
cucchiai, si mangia insieme ma, in quanto ospiti dobbiamo rendere onore
all’invito e finire tutto. Intorno, muri marroni, ben levigati e senza
finestre, gli occhi abituatisi all’oscurità si incrociano con quelli di bambini
giocherelloni e spensierati che ci guardano fra il curioso e il divertito. Il
figlio più piccolo di Jackeline, pochi mesi, gattona impacciato sul pavimento
di terra battuta e sabbia, le mani grattano sul pavimento ruvido, il sedere
nudo ricoperto di polvere marrone e la piccola canottiera, più marrone che bianca,che
doveva essere il suo colore originale. Mani piene di sabbia impastata con la
saliva da mettere in bocca ed un braccialetto di stoffa nera allacciato al
polso per proteggere il bimbo dalle malattie.
La mamma di Jackline entra nel tukul (abitazione tipica Sudanese) è
tornata dai campi, salute con salam
alekum, sopra il letto una croce di legno, pitturata di rosso ad un
estremo, fatta con due bastoni, credo serva per pregare, questo accostamento mi
fa provare una sensazione strana perchè mi accorgo di aver sempre associato
questo saluto in arabo a persone musulmane. La mamma di Jackline si siede e
mangia, dietro di lei il muro con verniciato di fresco il numero “2013” e dalle
due parti “Buon Anno”, a sinistra in inglese, a destra in arabo, sintesi di un
Sud Sudan ancora sospeso fra le sue due lingue coloniali. Jackline è cresciuta
a Khartoum, scappata dalla guerra che divampava in tutto il Sud, è tornata solo
nel 2006 dopo gli accordi di pace. Sostiene Kuol che si nota dal suo
comportamento e dai suoi atteggiamenti che è cresciuta al Nord, sostiene Kuol
che chi è cresciuto a Khartoum è più pigro e indolente di chi è cresciuto al
Sud o come rifugiato in Uganda o Kenya, come lui. Sara’…annuisco e chiedo il
perche’, farfuglia qualcosa che non capisco mentre usciamo da casa di Jackline,
lei mangiera’ akob anche stasera, a
meno che non prepari la kisra, una
specie di enorme piadina fatta con la farina di sorgo e da accompagnare alle
lenticchie. Questi sono i due piatti base della cucina dinka, niente scelta per
Jackline e i suoi figli. Sostiene Kuol che, chi è cresciuto a Khartoum ha
abitudini diverse da chi è rimasto sul posto. Sostiene Kuol, balbettando, che nella
tribù dinka, la moglie, quando è incinta del primo figlio, va a partorire a
casa della sua famiglia originaria e ci rimane anche per un anno o due, cosi la
mamma le può insegnare come prendersi cura del neonato, come lavarlo, vestirlo,
allattarlo e svezzarlo. Nel frattempo si vede solo raramente col marito, il
quale comunque, nel frattempo, se ha abbastanza mucche, può anche sposare una seconda,
terza o quarta moglie. Penso che questa forma di trasmissione della conoscenza
da madre ha figlia sia originale ma sensata. Sostiene Kuol che cammino troppo
piano, camminiamo sotto il sole cocente da stamattina e a me piace anche
guardarmi in giro.
Nel frattempo una signora, alta, magra, in un lungo vestito,
sporco e stracciato, marrone, ci insegue, borbottando in lingua dinka, è “la
matta del villaggio” e porta con se sua figlia di circa 4 anni. Provo dolore
nel pensare a come viva quella bimba, lei, silenziosa e serena al fianco di sua
mamma mi guarda con aria felice. Sostiene Kuol, che vendendo alcol fatto in casa
a Khartoum la signora oltre a venderlo, lo assaggiava pure, probabilmente per
non sentire i morsi della fame e della disperazione in cui viveva, questo ha le
sue conseguenze. Camminiamo insieme, si alza il vento da nord, polvere marrone
e sottile fra i capelli, mi passo la mano sulla fronte sudata, mi guardo la
mano, è marrone anche quella.
Felice Anno Nuovo, con Liniers:
Egberto Luis, il signore piu impaziente del mondo...
domenica 2 dicembre 2012
Petrolio, falchi e avvoltoi
Il camino fuma in lontananza, “hanno
fatto ripartire la produzione di petrolio”, sostiene laconico Afayo: piccolo,
magro, spalle larghe, capelli rasati a zero come la maggior parte dei
sudsudanesi, viene dal sud Afayo e ha molti caratteri in comune con gli africani
che già conosco, parlando in inglese usa frasi come: “Mangerò il Natale a
Bentiu” per dire “Trascorrerò il Natale a Bentiu” oppure usa la parola “dolce”
per riferirsi a qualsiasi cosa saporita, anche fra quella salate: quell’animale
(una specie di faraona selvatica) è piu dolce del pollo”, un uso molto strano
per noi italiani. Afayo ha lo sguardo timido, spesso abbassa la testa quando
gli si pone una domanda, parla poco e mai a caso, a volte quando non vuole dire
le cose si morde le grandi e larghe labbra carnose, ha una bocca larga ma la
usa poco, in compenso sorride molto, sorride spesso. Quella bocca la ricorderò
per sempre, dopo aver trascorso una domenica sera ad illuminarla con la luce
del mio telefonino (la luce sul telefonino ha cambiato la vita di chi vive in
Africa) mentre un dottore ugandese gli strappava un dente cariato. Afayo è uno
degli autisti della nostra organizzazione, avrà 25 anni ma è un ragazzo calmo,
posato e responsabile, non beve e guida a velocità moderata, sempre, non suona
troppo il clacson, qualità rara qui, non insulta passanti distratti, bimbi
giocosi e lenti vecchi cenciosi che pullulano sulle polverose strade del Sud
Sudan. Afayo è una brava persona ed è facile lavorare con lui, mi piace davvero
molto e quando viaggiamo insieme è bello fare una chiacchierata con lui.
Sono in Sud Sudan da 4 mesi ormai, ma se penso ai miei primi e ormai già
lontani ricordi mi sembra di aver vissuto in due paesi completamente diversi.
Sono arrivato che le pianure del Sud Sudan settentrionale erano una distesa di smeraldo
peloso, una coperta verde di erba alta punteggiata da alberi verdi e
rigogliosi, tanti acquitrini, vaste pianure allagate a perdita d’occhio, il
fango era il compagno delle mie giornate. Nei campi profughi regnava il fango,
mescolato alle tracce biologiche dell’esistenza di questi esseri umani fuggiti
dalle montagne Nuba. sulle montagne si spara, e queste anime disperate sono
finite nel fango di Pariang a tirare avanti mangiando polenta di sorgo e
lenticchie, ricevute una volta al mese dall’Altro Commissario delle Nazioni
Unite per i Rifugiati. Sulle montagne Nuba si continua a sparare e la gente
continua a fuggire, circa 2,000 a settimana passano il confine ma qui il fango
si è asciugato ed è diventato rossa terra polverosa che il vento di fine
novembre alza e porta, sulla pelle, negli occhi, fra I capelli e più lontano.
Ad Addis Abeba i pasciuti politici di Juba e Khartoum hanno firmato
scartoffie simbolicamente importanti ma che difficilmente risolveranno una delle
questioni più complesse dell’attuale situazione geo-politica internazionale. La
creazione dello Stato del Sud Sudan ha creato almeno altrettanti problemi di
quanti non ne abbia risolti: incertezza sui confini e molti territori
contestati, traffici commerciali bloccati con pesanti conseguenze sulla
sicurezza alimentare ed il costo della vita per gli Stati del Sud Sudan
settentrionale legati a doppio filo a Khartoum, tensioni fra i due eserciti
alle prese con la guerriglia del Darfur, delle montagne Nuba e dello Stato del
Nilo Blu, tutti situati in Sudan ma al confine col Sud Sudan, tutti alleati
contro Khartoum e ora saldati in un Fronte Nazionale, segretamente ma poi neanche
tanto, appoggiato dal governo Sud Sudanese. Ma il fattore di gran lunga più
importante della contesa è la maledizione nera, chiamato anche, ingannevolmente,
“oro nero”.
Lo Stato di Unity (cioè Unità) galleggia letteralmente sul petrolio, niente
a che vedere con gli immense giacimenti petroliferi dell’ Iran, dell’Iraq,
della Nigeria o del Venezuela ma pur sempre importanti riserve di petrolio.
Il territorio è piatto, appoggiato sui
detriti millenari del serpeggiante e maestoso Nilo bianco e ricoperto di una
spessa vegetazione secca e giallastra, almeno in questo periodo dell’anno.
Questa non è l’Africa da cartolina, non è l’ Africa di turisti con cappelli
ridicoli e vestiti come David Livingstone e nemmeno l’Africa delle spiagge
bianche con le mucche e le donne avvolte da vestiti colorati, questa è l’arida
terra dei falchi e a giudicare dal numero di falchi, anche la terra delle
vipere e dei serpenti. Un ambiente duro, secco, primitivo, dove ogni goccia
d’acqua è preziosa e i falchi la fanno da padroni. In mezzo a questa campagna
dura ed incontaminata ci sono stormi di uccelli bellissimi, gialli, in stromi
di alcune centinaia che volano di campo in campo a mangiare il sorgo dei poveri
contadini, oppure rossi, come il sangue versato durante le battaglie combattute
da secoli fra Dinka e Nuer, tribù sorelle impegnate da sempre in una eterna ed
infinita lotta all’ultima mucca. Le mucche sì, talmente importanti e rispettate
che l’impostazione culturale dinka impone alle donne di starne lontane dalla
cura delle mucche, troppo importanti perché se ne occupino degli essere “deboli
ed inaffidabili” come le donne. L’unica cosa che le donne possono fare con le
mucche è mungerle, per tutto il resto l’uomo la fa da padrone e decide, e
spesso è l’unica cosa che fa. L’uomo solitamente delega alle donne tutto il
resto: il compito di crescere i bambini e le bambine, sfamarli, lavarli,
educarli e pensare a tutto ciò che serve per la casa dalla legna all’acqua,
dall’agricoltura al piccolo commercio. Dinka e Nuer popoli guerrieri e fieri,
dall’orgoglio feroce, impulsive, distruttivo e autodistruttivo, un orgoglio che
si riflette nella vita di tutti I giorni con conseguenze violente in una terra
dove sopravvive solo il più forte. Basta guardarli in faccia i Dinka e I Nuer,
sguardi severi, volti spigolosi, fronti basse, rigate per lungo da cicatrici
rituali che affondano le radici in una storia senza tempo, profondità e
memoria.
La piatta pianura intatta e selvaggia è stuprata da oasi di modernità
volgare, dietro una curva compare un mastodontico deposito di petrolio, appena
fuori un villaggio di fango e malaria ecco le tubature dell’ oleodotto che
porta questo veleno nero a Port Sudan. E allora forse si capisce perché questa
zona di confine sia cosi importante ed ambita. Ecco che forse si spiegano le
lunghe colonne di auto con mitragliatori, mortai e cannoni di gruppi ribelli in
sfilata in pieno giorno, braccia di menti fredde e corrotte che siedono a
pancia piena dietro agli scranni dei parlamenti nazionali. Sulle montagne Nuba
si uccide e si è uccisi, si fugge dalle bombe la vera partita si gioca altrove:
Juba, Khartoum, Washington, Pechino, Bruxelles. I falchi , I corvi e gli
avvoltoi che giocano sulla pelle dei sudanesi, giovani e vecchi, Dinka o Nuer
non importa, tutti fili d’erba della battaglia fra elefanti malati che
combattono per un mondo sempre più a rischio.
Basta guardarsi attorno mentre si percorrono le polverose piste di polvere
di Unity per capire perché il 100% dei pozzi d’acqua della contea di Koch sono gravemente
contaminate e l’acqua non adatta per il consumo umano. Pozzi avvelenati da metalli
pesanti che staranno nella terra argillosa, dura e secca per secoli, souvenir
ai posteri di una maledizione nera che prima o poi finirà. E le ONG che fanno?
Al momento raccomandano che è meglio berla quell’acqua inquinata piuttosto che
morire di sete, pensiero freddo, razionale e sensato ma terribilmente triste ed
ingiusto. Cosi si chiude la riunione delle ONG, un grido di rabbia e
disperazione mi si soffoca in gola, in fondo non ci si può far niente, per ora…
Da Liniers, con amore, per Daniela:
Iscriviti a:
Post (Atom)










