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martedì 1 gennaio 2013

Marrone



L’ombra del falco si muove leggera strisciando sulla sabbia, fine e marrone, bimbi nudi in braccio a bimbi dai vestiti stracciati, rotti in più punti e sporchi. Vestiti un tempo belli, su bambini europei puliti, pasciuti e coccolati ora qui, a Nyeel, brutti e invecchiati, la gonna da ballerina bianca è diventata color terra, terra marrone e secca. Il contrasto con il viso gioioso ed il sorriso aperto dei bambini è netto. “What is my name?” dice la voce squillante di una bambina dai capelli intrecciati con elastici colorati apposta per il Natale. In realtà intende chiedermi come mi chiamo io, ma non importa, l’importante è capirsi. Le rispondo: “Stefano, and you?”, lei non mi risponde e se ne va timida. Immergersi a Nyeel fra pance rotonde, gonfie, nasi mocciosi, bocche sporche, piedi scalzi e sentirsi chiamare kawaja (uomo bianco) mi da gioia e mi fa sentire sereno, sicuro e protetto dalla presenza di centinaia di bambini grandi, piccoli e piccolissimi tutti interessati morbosamente alle bottiglie di plastica vuote, chiamate kristal. Rari i giochi, un bastone senza corteccia, il coperchio di una lattina che conteneva l’olio delle razioni di cibo, un chiodo dimenticato da carpentieri sbadati ed ecco un’automobile; qualche hoola-hop nuovo ricevuto per Natale, una corda attaccata ad un bastone da far vibrare nell’aria ed ecco un passatempo musicale, la fantasia di sicuro non manca.

Il vento soffia sopra il Sud Sudan marrone, in questo periodo il Sud Sudan, o almeno questa sterminata pianura di nera terra del Nilo ricoperta di erba secca, diventa marrone. E’ marrone l’acqua degli hafir (serbatoi scavati nella terra per accumulare l’acqua) dalle ultime piogge ormai sono passati quasi due mesi, l’erba è di un marroncino chiaro, quasi giallo, ma senza vita. E’ il tramonto di un giorno qualsiasi e le mucche tornano dal pascolo, sono marroni anche loro, provo a contarle, impossibile, in lento movimento disordinato, si fermano a bere ad un hafir, muggiscono, il sole, arancione e stanco di tanto brillare va a riposarsi, e la brezza serale, rinfrescante dopo un giorno secco e torrido, entra nei capelli portando con se anche la polvere, marrone anche lei. E’ marrone il sorgo maturo, le canne, alte anche 2-3 metri, cariche di palline marroni, è tempo di raccolto, un raccolto marrone. Sono marroni le case della gente, di fango I muri e di paglia il tetto, Jackline sta lisciando il fango nuovo che ha appena spalmato per coprire le vecchie crepe sul muro esterno di casa. Jackline, sudata e circondata di bambini, ci invita ad entrare: “Pranzate?”, sostiene Kuol che ha fame ed è ora di pranzare, oggi si mangia akob, fatto di farina di sorgo fatto di sfere marroni delle dimensioni delle palline del polistirolo e acidule foglie di acacia, verdi, fresche, il tutto arricchito e insaporito da una sorta di burro, amaro e saporito, quasi formaggio liquido. Il primo cucchiaio mi intimorisce un po’, ma il sapore non è male, certo, non è un sapore della nostra cucina ma si lascia mangiare. Jackline e sua sorella prendono 2 cucchiai giusto per farci compagnia ma lasciano il cibo quasi tutto per noi, un piatto solo, 4 cucchiai, si mangia insieme ma, in quanto ospiti dobbiamo rendere onore all’invito e finire tutto. Intorno, muri marroni, ben levigati e senza finestre, gli occhi abituatisi all’oscurità si incrociano con quelli di bambini giocherelloni e spensierati che ci guardano fra il curioso e il divertito. Il figlio più piccolo di Jackeline, pochi mesi, gattona impacciato sul pavimento di terra battuta e sabbia, le mani grattano sul pavimento ruvido, il sedere nudo ricoperto di polvere marrone e la piccola canottiera, più marrone che bianca,che doveva essere il suo colore originale. Mani piene di sabbia impastata con la saliva da mettere in bocca ed un braccialetto di stoffa nera allacciato al polso per proteggere il bimbo dalle malattie. 

La mamma di Jackline entra nel tukul (abitazione tipica Sudanese) è tornata dai campi, salute con salam alekum, sopra il letto una croce di legno, pitturata di rosso ad un estremo, fatta con due bastoni, credo serva per pregare, questo accostamento mi fa provare una sensazione strana perchè mi accorgo di aver sempre associato questo saluto in arabo a persone musulmane. La mamma di Jackline si siede e mangia, dietro di lei il muro con verniciato di fresco il numero “2013” e dalle due parti “Buon Anno”, a sinistra in inglese, a destra in arabo, sintesi di un Sud Sudan ancora sospeso fra le sue due lingue coloniali. Jackline è cresciuta a Khartoum, scappata dalla guerra che divampava in tutto il Sud, è tornata solo nel 2006 dopo gli accordi di pace. Sostiene Kuol che si nota dal suo comportamento e dai suoi atteggiamenti che è cresciuta al Nord, sostiene Kuol che chi è cresciuto a Khartoum è più pigro e indolente di chi è cresciuto al Sud o come rifugiato in Uganda o Kenya, come lui. Sara’…annuisco e chiedo il perche’, farfuglia qualcosa che non capisco mentre usciamo da casa di Jackline, lei mangiera’ akob anche stasera, a meno che non prepari la kisra, una specie di enorme piadina fatta con la farina di sorgo e da accompagnare alle lenticchie. Questi sono i due piatti base della cucina dinka, niente scelta per Jackline e i suoi figli. Sostiene Kuol che, chi è cresciuto a Khartoum ha abitudini diverse da chi è rimasto sul posto. Sostiene Kuol, balbettando, che nella tribù dinka, la moglie, quando è incinta del primo figlio, va a partorire a casa della sua famiglia originaria e ci rimane anche per un anno o due, cosi la mamma le può insegnare come prendersi cura del neonato, come lavarlo, vestirlo, allattarlo e svezzarlo. Nel frattempo si vede solo raramente col marito, il quale comunque, nel frattempo, se ha abbastanza mucche, può anche sposare una seconda, terza o quarta moglie. Penso che questa forma di trasmissione della conoscenza da madre ha figlia sia originale ma sensata. Sostiene Kuol che cammino troppo piano, camminiamo sotto il sole cocente da stamattina e a me piace anche guardarmi in giro. 

Nel frattempo una signora, alta, magra, in un lungo vestito, sporco e stracciato, marrone, ci insegue, borbottando in lingua dinka, è “la matta del villaggio” e porta con se sua figlia di circa 4 anni. Provo dolore nel pensare a come viva quella bimba, lei, silenziosa e serena al fianco di sua mamma mi guarda con aria felice. Sostiene Kuol, che vendendo alcol fatto in casa a Khartoum la signora oltre a venderlo, lo assaggiava pure, probabilmente per non sentire i morsi della fame e della disperazione in cui viveva, questo ha le sue conseguenze. Camminiamo insieme, si alza il vento da nord, polvere marrone e sottile fra i capelli, mi passo la mano sulla fronte sudata, mi guardo la mano, è marrone anche quella.

Felice Anno Nuovo, con Liniers:
Egberto Luis, il signore piu impaziente del mondo...


domenica 2 dicembre 2012

Petrolio, falchi e avvoltoi



Il camino fuma in lontananza, “hanno fatto ripartire la produzione di petrolio”, sostiene laconico Afayo: piccolo, magro, spalle larghe, capelli rasati a zero come la maggior parte dei sudsudanesi, viene dal sud Afayo e ha molti caratteri in comune con gli africani che già conosco, parlando in inglese usa frasi come: “Mangerò il Natale a Bentiu” per dire “Trascorrerò il Natale a Bentiu” oppure usa la parola “dolce” per riferirsi a qualsiasi cosa saporita, anche fra quella salate: quell’animale (una specie di faraona selvatica) è piu dolce del pollo”, un uso molto strano per noi italiani. Afayo ha lo sguardo timido, spesso abbassa la testa quando gli si pone una domanda, parla poco e mai a caso, a volte quando non vuole dire le cose si morde le grandi e larghe labbra carnose, ha una bocca larga ma la usa poco, in compenso sorride molto, sorride spesso. Quella bocca la ricorderò per sempre, dopo aver trascorso una domenica sera ad illuminarla con la luce del mio telefonino (la luce sul telefonino ha cambiato la vita di chi vive in Africa) mentre un dottore ugandese gli strappava un dente cariato. Afayo è uno degli autisti della nostra organizzazione, avrà 25 anni ma è un ragazzo calmo, posato e responsabile, non beve e guida a velocità moderata, sempre, non suona troppo il clacson, qualità rara qui, non insulta passanti distratti, bimbi giocosi e lenti vecchi cenciosi che pullulano sulle polverose strade del Sud Sudan. Afayo è una brava persona ed è facile lavorare con lui, mi piace davvero molto e quando viaggiamo insieme è bello fare una chiacchierata con lui.
Sono in Sud Sudan da 4 mesi ormai, ma se penso ai miei primi e ormai già lontani ricordi mi sembra di aver vissuto in due paesi completamente diversi. Sono arrivato che le pianure del Sud Sudan settentrionale erano una distesa di smeraldo peloso, una coperta verde di erba alta punteggiata da alberi verdi e rigogliosi, tanti acquitrini, vaste pianure allagate a perdita d’occhio, il fango era il compagno delle mie giornate. Nei campi profughi regnava il fango, mescolato alle tracce biologiche dell’esistenza di questi esseri umani fuggiti dalle montagne Nuba. sulle montagne si spara, e queste anime disperate sono finite nel fango di Pariang a tirare avanti mangiando polenta di sorgo e lenticchie, ricevute una volta al mese dall’Altro Commissario delle Nazioni Unite per i Rifugiati. Sulle montagne Nuba si continua a sparare e la gente continua a fuggire, circa 2,000 a settimana passano il confine ma qui il fango si è asciugato ed è diventato rossa terra polverosa che il vento di fine novembre alza e porta, sulla pelle, negli occhi, fra I capelli e più lontano.

Ad Addis Abeba i pasciuti politici di Juba e Khartoum hanno firmato scartoffie simbolicamente importanti ma che difficilmente risolveranno una delle questioni più complesse dell’attuale situazione geo-politica internazionale. La creazione dello Stato del Sud Sudan ha creato almeno altrettanti problemi di quanti non ne abbia risolti: incertezza sui confini e molti territori contestati, traffici commerciali bloccati con pesanti conseguenze sulla sicurezza alimentare ed il costo della vita per gli Stati del Sud Sudan settentrionale legati a doppio filo a Khartoum, tensioni fra i due eserciti alle prese con la guerriglia del Darfur, delle montagne Nuba e dello Stato del Nilo Blu, tutti situati in Sudan ma al confine col Sud Sudan, tutti alleati contro Khartoum e ora saldati in un Fronte Nazionale, segretamente ma poi neanche tanto, appoggiato dal governo Sud Sudanese. Ma il fattore di gran lunga più importante della contesa è la maledizione nera, chiamato anche, ingannevolmente, “oro nero”.
Lo Stato di Unity (cioè Unità) galleggia letteralmente sul petrolio, niente a che vedere con gli immense giacimenti petroliferi dell’ Iran, dell’Iraq, della Nigeria o del Venezuela ma pur sempre importanti riserve di petrolio. Il  territorio è piatto, appoggiato sui detriti millenari del serpeggiante e maestoso Nilo bianco e ricoperto di una spessa vegetazione secca e giallastra, almeno in questo periodo dell’anno. Questa non è l’Africa da cartolina, non è l’ Africa di turisti con cappelli ridicoli e vestiti come David Livingstone e nemmeno l’Africa delle spiagge bianche con le mucche e le donne avvolte da vestiti colorati, questa è l’arida terra dei falchi e a giudicare dal numero di falchi, anche la terra delle vipere e dei serpenti. Un ambiente duro, secco, primitivo, dove ogni goccia d’acqua è preziosa e i falchi la fanno da padroni. In mezzo a questa campagna dura ed incontaminata ci sono stormi di uccelli bellissimi, gialli, in stromi di alcune centinaia che volano di campo in campo a mangiare il sorgo dei poveri contadini, oppure rossi, come il sangue versato durante le battaglie combattute da secoli fra Dinka e Nuer, tribù sorelle impegnate da sempre in una eterna ed infinita lotta all’ultima mucca. Le mucche sì, talmente importanti e rispettate che l’impostazione culturale dinka impone alle donne di starne lontane dalla cura delle mucche, troppo importanti perché se ne occupino degli essere “deboli ed inaffidabili” come le donne. L’unica cosa che le donne possono fare con le mucche è mungerle, per tutto il resto l’uomo la fa da padrone e decide, e spesso è l’unica cosa che fa. L’uomo solitamente delega alle donne tutto il resto: il compito di crescere i bambini e le bambine, sfamarli, lavarli, educarli e pensare a tutto ciò che serve per la casa dalla legna all’acqua, dall’agricoltura al piccolo commercio. Dinka e Nuer popoli guerrieri e fieri, dall’orgoglio feroce, impulsive, distruttivo e autodistruttivo, un orgoglio che si riflette nella vita di tutti I giorni con conseguenze violente in una terra dove sopravvive solo il più forte. Basta guardarli in faccia i Dinka e I Nuer, sguardi severi, volti spigolosi, fronti basse, rigate per lungo da cicatrici rituali che affondano le radici in una storia senza tempo, profondità e memoria.

La piatta pianura intatta e selvaggia è stuprata da oasi di modernità volgare, dietro una curva compare un mastodontico deposito di petrolio, appena fuori un villaggio di fango e malaria ecco le tubature dell’ oleodotto che porta questo veleno nero a Port Sudan. E allora forse si capisce perché questa zona di confine sia cosi importante ed ambita. Ecco che forse si spiegano le lunghe colonne di auto con mitragliatori, mortai e cannoni di gruppi ribelli in sfilata in pieno giorno, braccia di menti fredde e corrotte che siedono a pancia piena dietro agli scranni dei parlamenti nazionali. Sulle montagne Nuba si uccide e si è uccisi, si fugge dalle bombe la vera partita si gioca altrove: Juba, Khartoum, Washington, Pechino, Bruxelles. I falchi , I corvi e gli avvoltoi che giocano sulla pelle dei sudanesi, giovani e vecchi, Dinka o Nuer non importa, tutti fili d’erba della battaglia fra elefanti malati che combattono per un mondo sempre più a rischio.
Basta guardarsi attorno mentre si percorrono le polverose piste di polvere di Unity per capire perché il 100% dei pozzi d’acqua della contea di Koch sono gravemente contaminate e l’acqua non adatta per il consumo umano. Pozzi avvelenati da metalli pesanti che staranno nella terra argillosa, dura e secca per secoli, souvenir ai posteri di una maledizione nera che prima o poi finirà. E le ONG che fanno? Al momento raccomandano che è meglio berla quell’acqua inquinata piuttosto che morire di sete, pensiero freddo, razionale e sensato ma terribilmente triste ed ingiusto. Cosi si chiude la riunione delle ONG, un grido di rabbia e disperazione mi si soffoca in gola, in fondo non ci si può far niente, per ora…

Da Liniers, con amore, per Daniela:


sabato 13 ottobre 2012

Tutti figli di un donna



Stivali da pesca di gomma nera, camminiamo su un verde tappeto d’erba alta 30-40 centrimetri, il fango sotto i nostri piedi si squaglia come se camminassimo sul pongo, gli alberi, radi nelle vicinanze, più fitti in lontananza, fra noi e loro solo una piatta, verdissima prateria allagata. Questo è il Sud Sudan durante il periodo delle piogge, acquazzoni ogni 2-3 giorni e sole che batte forte gli altri, facendo evaporare l’acqua da pozzanghere di fango grigio e acquitrini popolati da migliaia di rumorose rane gracidanti. Michael sta in piedi a braccia incrociate e parla ai ragazzi, tutti rifugiati, membri del comitato agricolo del campo profughi di Pariang, popolazione: solo 1,200 quasi tutti studenti, il campo è una filiazione per sudenti delle superiori del ben più grande campo di Yida, a pochi chilometri a nord, verso il confine, popolazione: 65,000 ed in continua crescita. Yida e’ come un capoluogo di provincia sorto in poco più di un anno a causa dei combattimenti fra esercito regolare sudanese e ribelli dell’ Esercito Popolare di Liberazione del Sud Sudan (SPLA) che ha uno dei suoi centri sulle montagne Nuba.
Michael e’ un agronomo sudsudanese ma ha studiato in Uganda, qualche mese di esperienza con una ong locale in Sud Sudan e poi l’occasione di lavorare con una ong internazionale. Nel frattempo ha anche scritto dei discorsi per una parlamentare del nuovo governo del Sud Sudan ma è rimasto scandalizzato dalla mancanza di preparazione della parlamentare, la quale, afferma, legge discorsi che non capisce e se ne prende tutti i meriti, sveglio ed orgoglioso Michael. Lo chiamo Michael, ma forse sarebbe meglio chiamarlo Saviour – “Salvatore”, come fanno gli amici e i familiari, 23 anni, poco più di un metro e settanta, corporatura snella, non molto muscolosa ma piuttosto nervosa, un sorriso largo, aperto e lo sguardo a volte timido a volte furbo. Ora Saviour insegna ai rifugiati come coltivare questa terra difficile, argillosa ed allagata, ma da piccolo, da bambino è stato un rifugiato a sua volta. Originario dello stato dell’ Equatoria Orientale, al confine con Uganda, Kenya ed Etiopia, si è ritrovato a crescere in uno dei tanti campi rifugiati per sud sudanesi ospitati dall’Uganda. A suo dire, fra tutti, lo stato più accogliente verso i sud sudanesi in fuga dal conflitto civile durato dal 1983 al 2005.
E’ una nera notte stellata di Bentiu, fangosa e piena di insetti ronzanti nell’aria quando Saviour mi racconta come abbia avuto quel nome (gli altri sono Selle, Faustus e Michael) da un dottore locale amico di famiglia, per lui, i genitori prevedevano una carriera da medico, in particolare anestesiologo, ma fin da adolescente lui aveva deciso di diventare agronomo, e così è stato. Fin dalle elementari ha dato prova di essere uno studente sveglio, brillante e dotato, al di sopra della media, tant’è che lui ed un suo amico, che lui definisce “genio”, in quanto più intelligente di lui, in soli 4 anni hanno portato a termine le scuole elementari, che ne richiederebbero 7. Questo essere continuamente promossi a classi superiori aveva perfino suscitato perplessità da parte della mamma, preoccupata che il figlio crescesse troppo in fretta e sovraccarico di pressione, lezioni e compiti da portare a termine. Savior è uno dei tanti africani cresciuto quasi esclusivamente dalla propria madre, un padre c’è, dice, da qualche parte in Equatoria Orientale, a volte si fa sentire, ma molto di rado, impegnato fra lavori e altre vite, con altre mogli e altri figli, a tal punto da dimenticarsi della prima moglie e dei figli avuti con lei. La mamma di Saviour, che lui adora, ha fatto una brillante carriera come segretaria di ong e agenzie bilaterali e delle Nazioni Unite attive nei campi rifugiati, potendo contare solamente sul suo stipendio da segretaria ha già portato 3 figli, tutti maschi, alla laurea, ed il più piccolo sta per terminare la scuola secondaria, andrà anche lui all’università l’anno prossimo. Saviour dice che la mamma non ce l’avrebbe mai fatta a mandarli tutti a scuola se il secondo figlio, particolarmente intelligente, non avesse ricevuto una borsa di studio dal governo sud Sudanese per studenti particolarmente meritevoli. Infatti, diversamente da come accade spesso in Africa, il fratello più grande, ormai un uomo d’affari nell’ est dell’Uganda, non si è mai sentito in dovere di aiutare economicamente i fratelli minori, perciò il carico è ricaduto interamente sulla madre anche per i 3 figli successivi.
Saviour si illumina quando parla della mamma, ed è contento di andarla a trovare durante le vacanze che stanno per cominciare. La mamma ora vive lungo il confine fra Uganda e Sud Sudan e vive gestendo i terreni che ha comprato e le case che ha costruito nel tempo con i risparmi del suo lavoro da segretaria. Saviour è consapevole di essere stato cresciuto da sua mamma e questo influenza anche il suo approccio al lavoro, osservandolo all’opera, l’ho sentito molte volte riprendere i suoi colleghi o i ragazzi coinvolti nel progetto che avevano trattato male o comunicato in maniera offensive con le ragazze coinvolte nei nostri progetti, Saviour non tollera di veder trattar male le donne e dice, candidamente: “In fondo siamo tutti figli di una donna, veniamo da una donna, perché dovremmo trattarle male?”.


Dopo due birre, tiepide perché il generatore non funziona bene, nella penombra di una serata in un bar di Bentiu, lasciata da parte la routine lavorativa, ci lasciamo andare anche a qualche discorso un po’ più intimo. Saviour ha una ragazza, stanno insieme da 3 anni e davvero la considera la ragazza della sua vita, sembra innamorato, ed è convinto che si sposeranno, quando lei avrà finito gli studi universitari. Anche la ragazza studia a Kampala ed è al suo primo anno e sarà la seconda persona che andrà a trovare durante le sue vacanze. Mi dice di essere un po’preoccupato perché lei non va d’accordo con il suo gruppo di amici maschi e quindi sarà difficile riuscire a vedere tutti nei pochi giorni che trascorrerà a Kampala. Ha piani per loro come coppia e dice che sta risparmiando per il futuro e per una futura vita insieme.
Per molti aspetti la vita di Saviour potrebbe essere considerate “normale” dal punto di vista di un europeo: l’università, un buon lavoro, una ragazza che ama…tutto questo cambia all’improvviso  quando si toccano i ricordi d’infanzia e racconta come da rifugiato nei primi anni si sentisse addosso l’etichetta di “diverso” in quanto sudsudanese rifugiato in Uganda. Aggiunge che comunque l’integrazione in Uganda è stata più facile per lui che per i suoi amici che sono finiti in Kenya o in Etiopia. L’ apparente normalità della vita di Michael si infrange quando racconta che a 7-8 anni dovendo recarsi a Kampala per frequentare le scuole elemetari doveva attraversare un territorio controllato dal famigerato Lord Resistence Army – Esercito di Resistenza del Signore - di Joseph Kony. Per percorrere 2-300 chilometri dice che ci si impiegava tutto il giorno. Dapprima c’era la raccolta di tutti gli autobus e di tutti I passeggeri in un unico punto per formare una carovana, seguiva un pattugliamento dell’esercito, che con mitra spianati percorreva il tratto di strada in perlustrazione avanti ed indietro. Dopo aver avuto il nulla osta dell’esercito la carovana procedeva lentamente attraversando il macabro regno di Kony. Saviour dice che  sull’autobus nessuno parlava e c’era un silenzio surreale rotto solo dal borbottio del motore e dai cambi di marcia dell’autista; per 2 o 3 ore sull’ autobus nessuno parlava, beveva o mangiava, nessuno faceva nulla, la mente di tutti monopolizzata da un unico pensiero: il terrore di un assalto dei ribelli, spesso drogati, del  Lord Resistance Army a caccia di soldi, cibo e di qualsiasi cosa che avesse un minimo valore e pronti a far fuoco per un nulla o anche solo per incutere ulteriore terrore. Racconti di tutti i giorni da un’ Africa sospesa fra normalità e tragedia, donne coraggiose e figli orgogliosi, discriminazione e fulgidi esempi di forza al femminile, gente lavoratrice e onesta e bande armate criminali, rifugiati di guerra e accoglienza di chi ha non ha niente da parte di chi ha poco. Tutto questo e molto di più è l’Africa che sto vivendo, questo continente contraddittorio, affascinante, assolutamente imprevedibile ma sempre vivo e ricco di sorprese e scoperte, soprattutto umane.


Enriqueta, Fellini e l'arte di vivere...
1. Cosa ti succede? 2. Credo mi sia andato bene l'esame di storia - Però ancora non ti hanno dato il voto? No 3. E ti sembra il momento di festeggiare? 4. si...se alla fine prendo zero almeno ho fessteggiato...non vedo il problema!


domenica 2 settembre 2012

La cupola azzurra e la capanna di canne

Campo profughi di Pariang- in bianco gli alloggi, a sinistra le scuole per i rifugiati


Nove di mattina, assolata, calda, domenica mattina a Pariang, nel nord del Sud Sudan, nuvole lunghe, alte e sottili, spalmate sul cielo azzurrino, una cupola immensa, larga  e aperta come solo alcuni cieli d’Africa possono essere. Cammino con Michael, il nostro agronomo, la lunga strada dritta che attraversa il villaggio, terra marrone, chiamata marram, l’unica che drena un po’ l’acqua che cade quando la cupola azzurra diventa grigia, cupa e minacciosa, e poi piange. Cerchiamo un trattore per portare del materiale a Nyeel, a 40 chilometri da qui, e’ l’ unico mezzo che puo’ farcela in questa stagione, ma trattori non ce ne sono, mi guardo intorno, cerco un posto per comprare una ricarica telefonica, vedo una ragazza, seduta su uno sgabello basso, frigge qualcosa, sembrano frittelle, ne compro 3 per un pound, un quarto di euro praticamente, il locale mi ispira e propongo a Michael di entrare per un the, abbasso la testa per entrare nella capanna di canne, 4 metri per 5, il sulo rugoso, irregolare, in terra battuta, calpestata da mille piedi e sporca di farina e chissa’ cos’altro. Ci sediamo sulla sedia di platica marroncina, mi guardo attorno e c’e un vecchietto e 4 o 5 ragazze sedute a bere il the, non parlano, sembrano rilassate e e serene, sicuramente non indaffarate, una sorseggia the all’ibisco, chiamato karkade’, ne provo uno anch’io, dolcissimo, mezzo bicchiere di zucchero  in un bicchiere di the, arrivano le frittelle, 4 al prezzo di 3, la ragazza ci aggiunge un cucchiaio  di zucchero sul piattino delle frittelle, dolci, ma nemmeno troppo unte, chiacchero con Michael, mi racconta che la sua ragazza e’ in Uganda e andra’ a trovarla ad inizio Ottobre, concordiamo le ferie, anch’io devo andare a trovare la mia, qualche centinaio di chilometri piu’ a sud e qualche settimana dopo. Michael mi piace, e’ sveglio e lavoratore, mi trovo bene a lavorare insieme a lui, e’ piu’ maturo della sua eta’, classe 1989.

Una delle strade principali, direzione Yida, verso il confine col Sudan


Una bimba di circa 10 anni ci porta il the, poi torna ad accovaccarsi per terra, sta pestando le spezie che aromatizzeranno il caffe’ che sua mamma sta arrostendo sul fuoco di carbonella, l’odore pungente del caffe’penetra prepotentemente nelle narici, punge quasi, svegliando i pigri neuroni della domenica mattina. La signora del caffe’ veste di viola, un vestito lucido e dale tinte forti, un viola acceso con ricami neri, il volto altrettanto nero, come il caffe’ che sta tostando, il sorriso largo e aperto, come i cieli d’Africa, una fascia viola in testa fatta della stessa stoffa del vestito. Blu, come il telo di plastica che copre mezza della parete che ho di fronte, marroncino come i pezzi di cartone che sporgono dal soffitto di canne, giallo come I vestiti di due ragazze che si alzano e se ne vanno. L’ essenzialita’ del posto e’ rilassante, vera, umana, calda e accogliente. La capannina del caffe’ e’ in realta’ un mini-supermercato, all’entrata il cibo, le frittelle, a sinistra il “negozietto”, una vetrina di 4 ripiani fornita di zucchero (ovviamente), sigarette keniane, benzina, olio motore, forbici di plastica colorate dalla Cina, biscotti, ovviamente i Glucose, prodotti a Dubai con ingredienti di dubbia provenienza ma presenti ovunque in Africa, almeno tanto quanto Pepsi e Coca-Cola, le imprese avvelenatrici di falde acquifere e diritti umani e sindacali che arrivano ovunque. Annuso lo zenzero che la bambina sta ora pestando e ordino un caffe’, sono curioso di assagiarlo, senza zucchero, specifico questa volta, arriva ed e’ buonissimo, chiedo anche un altro bicchiere, vuoto, per raffreddarlo, come al solito non riesco a bere le bevande troppo calde, chissa poi perche’, Michael ride…

Allagamento a Pariang

Siedo e mi guardo intorno, fronti rugose, volti giovani segnati dalla fatica, dalla cattiva e carente alimentazione, e poi chi lo sa, dallo stress generato dalla lunga lotta per l’indipendenza di questo paese che sta avviandosi a compire i suoi primi passi ma che ancora fa fatica a reggersi in piedi, sotto il vento di poteri piu’ forti e piu grandi. Mi sento in pace ed accolto, come in quel chiosco di Bhopal dove ho mangiato dei gustosissimi falafel nel quartiere musulmano, come in quel ristorante di strada dove ho mangiato dei saporitissimi spiedini con padre Natale e Dario, come da babu a mangiare uroyo, kachori e sorseggiando infuso di zenzero, un respiro  di umanita’ che riempie gli occhi di calore, accoglienza e felicita’. E ora sono qui, sotto un’acacia a scrivere su carta i miei pensieri sparsi come non mi succedeva da tempo, ma l’assenza di elettricita’, di benzina per il generatore e le poche batterie del mio computer mi hanno spinto a riapprezzare il piacere di disegnare parole blu su sfondo bianco, il negative del cielo sopra di me, questa immense cupola azzura con disegni bianchi che sono immagini e parole, che sono passeggere ma sempre presenti, che sono sogni e speranze.

Liniers, con Fellini e Enriqueta:
( Fellini: "Torni perche' ti manco?")

domenica 5 agosto 2012

Why? (Perche?)


Il Nilo Bianco a Juba

Io non ho bisogno di denaro.
Ho bisogno di sentimenti, di parole,
di parole scelte sapientemente,
di fiori detti pensieri,
di rose dette presenze,
di sogni che abitino gli alberi,
di canzoni che facciano danzare le statue,
di stelle che mormorino alle orecchie degli amanti...
Ho bisogno di poesia,
questa magia che brucia la pesantezza delle parole,
che risveglia le emozioni e da' colori nuovi.
(Alda Merini)
Il Nilo ed in fondo l'unico ponte sul Nilo di Juba

“Hi my friend! Why?” (Ciao amico mio, perché?). Questa è stata la frase che più mi ha fatto sorridere durante la mia prima corsetta in Sud Sudan. Domenica mattina la ragazzine, magrissime, in ogni caso, alte per la loro età, si avviano verso la chiesa, vestiti lunghi, lucidi, viola, gialli, verdi, il vestito buon immagino, messo la domenica per andare a messa, o anche solo per fare una passeggiata con le amiche, cellulare in mano e musica hip pop americana sparata ad un volume che basta a far gracchiare il mini altoparlante installato su questi cellulari, sorprendentemente potente ma anche di bassa qualità. Sono a Bentiu, nel nord del Sud Sudan, nel 2006, aveva circa 7,700 abitanti, ora potrebbero essere attorno ai 10,000 considerando che migliaia di sud sudanesi dal 2005 in poi hanno risalito la valle del Nilo, dalla desertica Khartoum alle verdi alture del sud Sudan. Dopo una settimana trascorsa in ufficio, fra Juba e Bentiu, durante la quale la mia unica attività fisica sono stati 20 minuti di yoga alla mattina, sdraiato sul pavimento di piastrelle bagnate fra la mia scrivania e la macchina fotocopiatrice dell’ufficio, ho sentito il bisogno di muovere un po’ la gambe. Una domenica soleggiata, strano, visto che siamo quasi al picco della stagione delle piogge e nell’ultima settimana ha piovuto tutti i giorni, soprattutto di notte, inzuppando il mio letto, piazzato vicino alla finestra, e obbligandomi a svegliarmi nel cuore della notte per chiudere le imposte, spalancate la sera per non soffocare nel caldo umido del luglio sud sudanese aggravato da una zanzariera che ricopre il mio letto e sicuramente non permette di apprezzare quell’alito di brezza notturna che comunque ci sarebbe.
Fango, quello si ce n’è, tanto, le strade sono di fango, tutto il resto è verde, verdissimo in questo periodo dell’anno, prati di erba lunga fino alle ginocchia, mandrie di mucche dalle corna lunghissime e spessissime, alcuni asini, oggi forse a riposo ma che durante la settimana tirano carretti carichi di pesantissimi barili pieni d’acqua. Poche le abitazioni in cemento, moltissime quelle in fango e legno, col tetto di paglia, tutte circondate da recinti di canne alte come alcuni soldati dell’esercito di liberazione del popolo del sud sudan (in inglese: S.P.L.A. Sudanese People Liberation Army) che si aggirano numerosi per il “centro” di Bentiu con AK-47 a ricordare e ricordarci che oltre 20 anni di guerra non si dimenticano con 7 anni di pace e un solo anno di indipendenza.
Il lussuoso Bentiu Grand Hotel, non sto scherzando, è il nome vero (uno dei 2 migliori ristoranti di Bentiu)

Continuo la mia corsa, piccoli uccelli rossi e neri sono appoggiati sui fili dell’elettricità che non c’è, farfalle, libellule e altri insetti che non avevo mai visto prima ronzano tranquilli sotto il sole equatoriale, i bimbi mi guardano, ridono, mi prendono in giro perché corrono e si mettono a ballare, pochi hanno il coraggio di chiamarmi o salutarmi, solo i più grandicelli, anche loro magrissimi e slanciati, accennano un saluto, qualcuno solo un “Hello!” qualcuno anche un “Where are you going?” (Dove stai andando?). Io rispondo a tutti e saluto tutti quelli che il mio fiatone mi permette di salutare, fa caldo, umido, forse non è l’ora migliore per correre ma va bene così, credo di avere intuito più cose in questa mezzora di corsa che nell’intera settimana passata. Sono felice di essere qua, ottimista, la gente del sud Sudan mi sta già entrando dentro e ignoro qualche sguardo cupo e severo che mi sono sentito addosso da qualche uomo di mezza età. Sorrido a tutti, non costa niente e ricevuto più sorrisi in cambio di quanti ne abbia offerti. Alla domanda “Why?” ho risposto: “Perché sono grasso” battendomi le mani sulla pancetta, in realtà è solo parte dei motivi, uno è che correre il forse fra i modi migliori di iniziare ad esplorare un posto, iniziarne ad appressarne i colori unici, annusarne le puzze fantastiche che ci sono qui in Africa, toccare in qualche modo, o forse sfiorare, incrociare il mio sguardo con alcuni rappresentanti di quella parte di umanità che è qui, sotto il nostro stesso sole ma che spesso non esiste a meno che non riesca ad impietosire i portafogli e far funzionare una qualche raccolta fondi di una qualche ONG.

Liniers, umorismo in arte:
                   "Senti"                  "Cosa fai lassù"                                           "Sono caduto"   
SANCHEZ RISPOSE AL PASSANTE

martedì 17 luglio 2012

Porto Gallo



Non ho visto nemmeno un gallo in Portogallo, ma porti sì, I porti sono anche porte, porte verso altri mondi, l'Oceano, mezzo e teatro di secoli di esplorazioni, viaggi, scoperte ed incontri, tralasciamo per un momento le motivazioni poco nobili dei viaggi di esplorazione: il denaro, le ricchezze, la sete di appropriarsi di ricchezze altrui, con la solita “hybris” europea. Tralasciamo anche gli effetti più nefasti di questi viaggi di scoperta: il colonialismo, il commercio degli schiavi, l'azzeramento di strutture sociali, la cancellazione di culture millenarie, la distruzione dell'ambiente naturale, la spogliazione economica e la sostituzione di lingue, tradizioni e religioni locali, considerate inferiori, con lingue, tradizioni e religioni “d'importazione”.
I viaggi d'esplorazione, ma in fondo tutti I viaggi, sono sopratutto occasioni di incontro, scambio, dialogo.
Attraverso I viaggi la lingua portoghese si è arricchita e ha arricchito altre lingue, lasciando tracce in mezzo globo terrestre e inglobando nel proprio vocabolario termini esotici provenienti da terre lontane.
In Cina, i portoghesi hanno imparato come si chiama il the: cha e hanno contribuito portare questa parola in India. A loro volta I commercianti indiani l'hanno portato in Africa orientale dove in swahili il tè si chiama chai. In India I portoghesi hanno iniziato a mangiare dei triangolini di pasta ripieni di verdure, patate o carne tritata, chiamati “samosa” e tuttora presenti nei bar di Lisbona come stuzzichino, ma anche cucinati dalle venditrici di cibo di strada in Tanzania, dove hanno assunto il nome di “sambusa”.

In Tanzania il portoghese ha lasciato tracce linguistiche, come le parole tavola: “mesa” e vino: “vinho”entrambe legate al mangiare e alla convivialità. Questo non mi stupisce visto che I miei 5 giorni a Lisbona sono stati davvero ricchi di convivialità e scoperte gastronomiche. L'opinione, semplificata, generale e complessiva del Portogallo è stata eccellente. Ho riincontrato Chinis, peruviana, un'amica “a distanza” conosciuta a Parigi un giorno di Febbraio di 4 anni fa per caso in quanto entrambi invitati al compleanno di un amico comune. Ho incontrato amici nuovi e festeggiato per le strade di Lisbona addobbate e festa per celebrare il santo della città: s.Antonio, quello che noi chiamiamo S.Antonio da Padova, nato a Lisbona il 15 Agosto 1195 e morto, a 36 anni, a Padova il 13 Giugno 1231. In giugno le ripide, strette e colorate strade di Lisbona si riempieno di festoni, nastri colorati, bandiere, chioschi, banchetti e palchi per concerti che si sussegono per circa 3 settimane, ogni sera, e notte, centinaia di migliaia di giovani e meno giovani scendono in piazza a far festa, bere, ballare e godersi l'inizio dell'estate, nonostante la crisi e la difficile situazione economica del Portogallo ho potuto apprezzare tanta gioia, voglia di stare insieme, di accogliere e di conoscere nuova gente, ho parlato con decine di persone diverse, con alcuni mezzora, con alcuni solo uno scambio di battuta in una lingua che non esiste visto che mescolavo spagnolo, italiano e inglese per farmi capire e con I portoghesi di origine africana mi veniva spontaneo parlare swahili. Ho ballato con la gente più diversa e fatto brindisi con degli sconosciuti.
Il Portogallo, una breve ma intensa avventura, tante piccole scoperte e la voglia di ritornarci, la prossima volta con la persona che rende tutto più speciale...Daniela.
Rimane comunque un mistero, perchè questo paese si chiama Portogallo? La risposta forse nel prossimo viaggio...

E ora Liniers, speranza d'amore formato vignetta:
                                          "Non tocca mai a me..."                 "Ciao!"        "A tutti tocca..."


mercoledì 23 maggio 2012

Il cielo di Tukuyu



"Corsa notturna Tukuyu-Mbeya"...questo appunto e' stato sul mio desktop per oltre un mese e oggi mi ha dato lo stimolo per sedermi e scrivere qualcosa. Ora sono qui, alla pesnione "Francesco's" un quadrato di terra a 300 metri dal mare dove un italiano, oltre vent'anni fa ha costruito un piccolo albergo con circa venti camere, un piccolo bar ed un ristorantino per i clienti dell' albergo, uno spazio aperto, verde, con alberi e cespugli curati. Da qui non si vede il mare, la vista e' impedita da cespugli, alberi di mango, anacardo e palme da cocco, la versione tropicale della siepe del Leopardi.
L'albergo e' chiuso ma Francesco ha deciso di ospitarmi lo stesso a titolo d'amicizia, pranziamo e ceniamo insieme, ed a volte ho la sensazione di trovarmi di fronte ad un nonno, a volte ad un amico. Tanti racconti di viaggio, a volte ripetuti mille volte, ma sempre raccontati con allegria, energia e incanto, quell'incanto che solo gli uomini di una certa eta' e i bambini hanno, gli uni perche l'hanno conservato, gli altri perche non l'hanno ancora perso. I bambini pero, molto probabilmente lo perderanno presto, bruciandosi l'infanzia, cosi il consumismo vuole, cosi il nostro sistema allo sfacelo ha deciso che i bambini devono essere, dei superconsumatori senza portafogli, che hanno infiniti bisogni imposti dalla pubblicita' e dalle TV, i soldi dei genitori (sempre meno) ma un'arma infallibile, i capricci, i pianti ed il ricatto. 
Anch'io sento di aver un po' perso la capacita' di stupirmi, di illudermi, di giocare, ridere e scherzare, non so perche' ma sicuramente non mi piace, spero che tornero' ad illudermi, stupirmi per un niente e ad avere lo scherzo un po' piu' facile, questa seriosita' che mi ritorov addosso non mi piace, non mi si addice, mi si e' infilata dentro a poco a poco, senza che me ne accorgessi. Odio la seriosita', odio la mia stessa seriosita', che e' diverso dall'essere seri, la seriosita' e' una maschera, spesso sotto non si e' seri. Anzi, e' forse vero il contrario, chi e' veramente una persona seria, riesce a non essere serioso, perche' lo e' veramente e non ha bisogno di maschere. O forse le due cose non sono correlate e si puo essere seri e seriosi al tempo stesso, chi lo sa?
Gia', lo scherzo, la risata, sono fra le cose che mi rimarranno piu impresse di questi anni in Tanzania, spesso, le ho trovate inappropriate e fuori luogo in alcuni momenti, ma il piu delle volte, la leggerezza, l'umana allegria, semplice, e la risata aperta, come il loro cielo, degli africani ha reso ogni giornata un po' piu' luminosa e solare. Ho spesso invidiato a molti tanzaniani, questa capacita' di passare in un attimo da discorsi seri e impegnati, magari di lavoro, allo scherzo, la battuta, la chiacchiera che come una brezza oceanica rinfresca l'animo incupito, rinsecchito e un po' indurito, di chi, come me, tende ad essere un po' troppo serioso.
Il cielo, aperto, eh si, per chi come me e' cresciuto vedendo il cielo come un cuneo azzuro fra ali di montagne verdi, nere, grigio pallido e rosa, al tramonto, il cielo d'Africa e' una sensazione spiazzante, strana, un cielo largo, aperto, sterminato, azzuro, con nuvole grandi e spesse, appoggiato su un paesaggio collinare verde, marron, irregolare e ricoperto di baobab, manghi e palme. Il cielo d'africa stupisce ancora di piu di notte. Dopo Pasqua, al ritorno dal Malawi, ho perso l'ultimo autobus per la citta' di Mbeya dove dovevo trascorrere la notte, otto di sera, buio, mi trovavo in una cittadina sconosciuta, sperduta in mezzo alle montagne che separano la Tanzania dal Malawi, Mbeya dal confine. Niente piu autobus, mi viene una pazza idea, perche non prendere una moto? Mi dicono che ci vorranno 40 minuti (a posteriori scopriro che erano 72 chilometri, non percorribili in 40 minuti con una moto 125), costo: 20.000 scellini, 10 euro, ma almeno dormirei in un posto che conosco e che domani riuscirei a tornare a Dar es Salaam. Salgo, metto il casco e raccomando 3 volte al guidatore di andare piano. 
Fa freddo, iniziamo il nostro viaggio notturno, il cielo e' blu scuro, terso, non c'e una nuvola, la moto romba lungo le tortuose discese di Tukuyu. Romba ancora di piu durante le brevi risalite. Sono in pantaloncini corti, il freddo pizzica, c'e anche nebbia di tanto in tanto. Il guidatore, nella sua calda giacca gialla, ride quando gli dico che ho freddo. Io dietro di lui mi tengo con le mani fermamente avvinghiate al portapacchi, mi sento libero, a cuor leggero, un' immotivata ma gradita felicita' mi pervade ed inizio a godermi la corsa.  Le mani iniziano a gelare e io faccio il possibile per riscaldarmele, non pensavo facesse cosi freddo, da quando sono in Tanzania non avevo mai provato tanto freddo. Guardo in alto e rimango a bocca aperta, migliaia di stelle sono li ad osservare la mia corsa notturna da Tukuyu a Mbeya, spettatori fedeli di tante notti, quante ne hanno viste, hanno assistito a quasi tutte le mie avventure. 
Le stelle si, perche qui quasi tutto accade sotto lo sguardo calmo, impassibile e scintillante delle stelle. Un cielo cosi apre il cuore, dona gioia e ti fa sentire in pace, anche su una moto rombante. Nelle pause pero' quando la moto si spegne e rotola con il solo rumore dei pneumatici giu lungo l'asfalto nero, in messo a lunghe file di banani, altrettanto neri, la situazione diventa assolutamente romantica, avventurosa e speciale, sempre qui, sulla strada...
Il viaggio durera' un'ora e 10 minuti e arrivato tutto intirizzito a Mbeya, apprezzo una insolita doccia calda. La moto sta gia' risalendo a Tukuyu, l' autista ha gia' dimenticato il mio nome ma io non dimentichero' mai come mi sono sentito quella notte sotto il cielo nero ma infinitamente stellato di Tukuyu.

E ora per provare ad essere meno seriosi, chiediamo aiuto a Liniers e alle stelle:
Enriqueta: " Hai visto tutt quella gente che si sbatte per una vita a cinque stelle?"..."Io mi tengo la mia vita a mille stelle"