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venerdì 15 marzo 2013

Africa, 4 anni



“Kosovo! Kosovo!” grida il controllore del minibus, “Acha!” risponde una grassa signora avvolta in un vestito che è un caleidoscopio di colori brillanti e vivaci: giallo, rosso, verde, blu, sudata, si alza con 2 enormi sachetti di plastica nera, scende lentamente dal minibus. Asciugandosi il sudore dalla fronte sotto il sole cocente e abbacinante del meriggio equatoriale, si guarda intorno alla ricerca di una moto-taxi (piki-piki). Kosovo non è lo stato dei Balcani, ma la penultima fermata dei mezzi pubblici sulla tratta che da Dar es Salaam, Dar per gli amici, porta a Bagamoyo, Baga per gli amici.
Sono arrivato a Bagamoyo per la prima volta il 23 novembre 2008, non sembra ieri, sembra tanto tempo fa, molte cose sono cambiate. Tornare ancora qui, oltre quattro anni dopo fa uno strano effetto e avendo tempo per riflettere mi trovo a pensare a quante cose siano cambiate in questi anni e a quante invece siano rimaste le stesse.
Per fortuna la spiaggia è rimasta la stessa, a volte tranquilla e silenziosa, a volte movimentata e rumorosa, fitta di pescatori intenti avendere il pesce, scaricatori di porto che scaricano le immancabili taniche di plastica gialla dai barconi che commerciano con Zanzibar e compratrici di pesce, sdraiate a pulirlo o a contrattare il miglior prezzo possible. Le corde che ancorano le barche a terra sono sempre là, e noi, a schivarle, a passare sopra o sotto. L’odore della spiaggia è lo stesso, alghe, pesce imputridito ma anche la brezza dell’Oceano Indiano, che rinfresca e risolleva il corpo e la mente. Due grandi alberghi sono andati a fuoco 3 anni fa e non hanno più riaperto, mentre un colosso di cemento sbiancato è sorto a pochi centinaia di metri dalla croce che ricorda i primi missionari cattolici che alla fine del XIX secolo sono arrivati a Bagamoyo per predicare il Vangelo. Ora, oltre all’opera evangelizzatrice, hanno costruito e gestiscono un albergo, i tempi cambiano.
Alcune strade, prima di sabbia sono state asfaltate, di certo sono più comode, ma significa anche che i giovani e spericolati guidatori delle moto-taxi e i pazzi guidatori di camion e minibus possono sfrecciare a velocità nettamente superiori, mettendo a repentaglio la vita dei passanti, soprattutto quella di bimbi distratti e anziani dalla vista scarsa e dai movimenti rallentati. Ora a Bagamoyo ci sono 2 banche con il relativi bancomat, di cui uno allacciato ai circuiti internazionali, quando sono arrivato io, per prelevare bisognava andare a Dar es Salaam. Più banche non significa necessariamente che la gente abbia più soldi, anzi l’impressione di tutti è che nei locali pubblici, alberghi e ristoranti ci sia sempre meno gente, locali che una volta erano il fulcro della vita serale e notturna di Bagamoyo (sì, anche in Africa si fa festa…) sono ora smorti e popolati solo di qualche indomabile bevitore e qualche dolce coppietta che sorseggia una bibita sussurrandosi frasi d’amore.
I prezzi di alcuni beni di consume sono aumentati in maniera spropositata: la farina di mais per l’ugali, il piatto base dell’alimentazione tanzaniana è passata da 6-700 scellini al kilo (0,33-0,38 cent di euro) a 1.200-1.400, esattamente il doppio; il riso è passato da 1.200-1.300 scellini (66 cent di euro) ad attorno 2.000-2.200 scellini al kilo; la birra ha subito lo stesso aumento del riso, da 1.300 scellini nel 2009 a 2.000 scellini nel 2013. I salari e i prezzi per i contadini non sono aumentati di pari passo e questo ha avuto terribili conseguenze alimentari. Le famiglie più povere, che sono spesso anche le famiglie più numerose,  si sono trovate e diminuire il numero di pasti mettendo i bambini a rischio malnutrizione. L’aumento del prezzo della birra ha anche indotto ad un aumento del consumo di alcol prodotto localmente con relativo rischio di salute. L’alcol locale, infatti, viene spesso “tagliato” con sostanze tossiche in maniera da renderlo più potente. Mezzo litro, al costo di circa 500-600 scellini (un quarto di una birra) basta allo sballo per una serata ma spesso costa ai consumatori l’integrità o la funzionalità di fegato, del cervello o la perdita della vista.
Alcune cose cambiano, altre rimangono uguali, spesso sia in un caso che nell’altro capire il perchè è complicato , difficile, l’Africa è un continente complesso, imprevedibile, credo, in un certo qual modo inconoscibile, inafferrabile e inspiegabile. Dopo quattro anni qua non credo di capirne molto di più, si, ho imparato molte cose, parlato con centinaia di persone, mi sono confrontanto e scambiato idee con gente di tutti i tipi ma non credo di aver migliorato di molto la mia compresione delle dinamiche interpersonali, comunitarie e sociali di questo angolo d’Africa. Al contrario, sono convinto che forse, per vivere bene qui, a volte bisogna lasciar stare le spiegazioni razionali e i mille dubbi, la ricerca di un perchè e semplicemente vivere, assaporare, nel dolce e nell’amaro, il gusto di un continente altro, ricco di drammi, ma anche di idée, sogni e speranze.
Al buio, seduto su una scomodissima sedia di plastica, ascolto le rane che nel vicino stagno gracidano fragorosamente, osservo la sagoma nera delle palme, si stagliano contro il cielo blu scuro punteggiato di luci, le fronde si muovono, la brezza soffia leggera sulla pelle e solleva un brivido piacevole. Col naso all’insù, ad ammirare lo scintillio della via lattea e questo meraviglioso spettacolo notturno smetto di pensare, ecco, l’Africa.

Anche il gatto Fellini guarda il cielo:
"La luna sorride..." Mi sembra che sappia qualcosa che noi non sappiamo Madariaga"



sabato 9 marzo 2013

Flashback: Shabani e la lezione africana


Nota: il 31 gennaio 2012 ho perso tutti i vecchi post per la chiusura di Splinder. Sto lentamente recuperando i miei vecchi post, pubblicati su altri siti. Il contenuto è quello originale anche se alcune cose sono state riviste e corrette dal punto di vista ortografico e grammaticale. 

Guardarsi indietro a volte aiuta a capire dove vogliamo andare...non so se riscriverei le stesse cose ora, dopo 4 anni ma mi piace l'idea di riportare a galla i vecchi post...

1 Dicembre 2008, Bagamoyo - Tanzania - Servizio Civile con CVM (Comunità Volontari per il Mondo)

Carichiamo gli scatoloni in macchina, salutiamo Ologolie e Lala, i due Masai guardiani dell’ufficio del CVM e lasciamo Bagamoyo per dirigerci a Chalinze, il villaggio che quest’anno ospiterà la giornata mondiale dell’AIDS per il distretto di Bagamoyo. Appena lasciata la sonnolenta cittadina di Bagamoyo e le sue strade sabbiose attraversiamo la campagna, verde, seguiti da una scia di polvere sollevata dalla jeep che viaggia sobbalzando sulla strada di terra rossiccia, superiamo uomini sudati che pedalano lentamente su biciclette monomarcia cariche di carbone mentre in direzione contraria provengono traballanti camion carichi di ananas. Al villaggio di Msata rientriamo sulla strada asfaltata che collega Dar es Salaam con il Nord del paese, arteria fondamentale per il movimento di merci, persone ma anche, purtroppo, del virus del’ HIV. Poco dopo raggiungiamo lo snodo stradale di Chalinze, con i suoi bar, venditori di anacardi e colorate baracche adibite a negozi. La sera, fra i fari dei camion e le poche luci dei bar, uomini soli in cerca di compagnia e ragazze pronte a vendersi per poche migliaia di scellini (2-3 euro) si incontrano per incontri fugaci e ad altissimo rischio. Infatti, questa è una delle aree dal più alto tasso di HIV/AIDS di tutto il distretto.
Lo spazio dove si terrà la manifestazione è ancora vuoto, ma vari gruppi di persone dalle maglie di diversi colori iniziano a radunarsi. Sembrano tante squadre di calcio, c’è chi veste in giallo, chi in blu e chi in bianco. I bianchi siamo noi, a parere di tutti, le magliette più belle, quelle vestite anche dalle autorità, segno di una collaborazione costruttiva e di un dialogo costante con le istituzioni locali, un valore irrinunciabile per il CVM che negli anni sta dando i suoi frutti. Lentamente, e piuttosto in ritardo rispetto al programma, vengono disposte le sedie e fissati i teli che proteggeranno i partecipanti dai raggi del potente sole di dicembre, nonostante queste misure preventive, il caldo si farà sentire, con relativo bagno di sudore, ormai un’abitudine quotidiana. Io e Francesca ci sediamo nelle ultime file, scattiamo un po’ di foto, ascoltiamo i discorsi ufficiali che non capiamo ma che con l’aiuto dei nostri amici e compagni di lavoro Elineth, Erena e Emanuel riusciamo per lo meno ad intuire. Segue l’esecuzione di alcune danze tradizionali da parte di un gruppo di donne locali. Prendono la parola anche rappresentanti di associazioni di persone che vivono con l’HIV/AIDS e rappresentanti di varie istituzioni locali. I giovani hanno un ruolo molto importante in questa giornata, anche grazie ad alcune ragazze e ragazzi formati nell’ambito del progetto del CVM, vengono messe in scena alcune rappresentazioni teatrali utilizzate per comunicare con i giovani e i meno giovani su tematiche legate all’HIV/AIDS, come il cambio comportamentale finalizzato alla prevenzione della trasmissione, l’attitudine verso le persone affette da HIV/AIDS e i comportamenti a rischio. Pur non cogliendo appieno le parole, la rappresentazione drammatica coinvolge e attrae l’attenzione del non foltissimo pubblico presente. 
Seduto all’ombra di un ombrello saluto un bimbo dagli occhi svegli, la testa rasata e le orecchie un po’ a sventola, veste una maglia rossa, di seconda mano, che recita: ”Qualcuno che mi ama molto è stato al Mall of America e mi ha portato questa maglietta”, non credo che Shabani, questo è il suo nome, conosca qualcuno che abbia visitato il centro commerciale più grande del mondo, in Minnesota. Non credo sappia nemmeno cosa sia un centro commerciale, ma trovo, questa maglieIta, tristemente ironica e significativa dello squilibrio degli stili e livelli di consume. Da una parte il Nord, con le magliette comprate per celebrare una visita ad un centro commerciale, dall’altra i Sud, con la stessa maglietta, questa volta di seconda o terza mano mano e piuttosto strappata. Shabani è uno dei più piccoli fra i molti presenti, le scuole sono chiuse, quindi i bambini gironzolano incuriositi da questa folla colorata e rumorosa. Segue in disparte, poi si siede a guardare la rappresentazione teatrale. Arriva il momento della distribuzione dei volantini e dei calendari stampati dal CVM, la folla si concentra su di noi, lottando per un calendario o per un volantino colorato, anche il nostro bimbo partecipa alla ressa, ottiene una discreta quantità di fogli colorati e riviste informative a distribuzione gratuita sull’AIDS che però regala immediatamente agli altri bambini, rimasti esclusi dalla distribuzione. Finiti i calendari, e il relativo assembramento per ottenerli, segue il pranzo tutti insieme a base di riso pilau, riso bollito condito con spezie, e carne di capra, tutti ne prendono un piatto e i bambini non fanno eccezione, si assembrano attorno ai pentoloni incrostati per finire l’ultimo riso rimasto, non lui, non Shabani, lui se ne sta in disparte e non mangia, gli offriamo un piatto di riso per essere sicuri che non fosse troppo timido per prenderlo da sé ma rifiuta, sorride e corre in giro, felice. Lo definiamo “il bimbo più buono e generoso di Chalinze”. Verso sera si ritorna verso Bagamoyo, Christopher ci riaccompagna a casa in macchina, appena prima di aprire il cancello per entrare in casa veniamo salutati da un gruppo di bambini che grida: “Mzungu, mzungu!” (uomo bianco, in swahili) al solito, rispondiamo con un sorriso e dicendo “Mambo!”. Uno dei più piccoli mi si avvicina e mi regala un pop-corn, gli altri, a turno, fanno a gara a chi me ne regala di più, sorpreso, accetto, in un attimo mi ritrovo a mani piene, accovacciato, ne mangio un po’ con loro, poi, sorridenti, salutano e se ne vanno. Rimango un attimo fermo a pensare, essere bambino significa anche questo, essere africano significa anche questo, la generosità e il dono, le due grandi lezioni di queste mie prime settimane in Tanzania.

Liniers ci insegna il segreto dell'ubiquità:

Enriqueta:"Sai che io posso stare in due posti nello stesso momento?", Fellini:"No...questo è impossibile", Enriqueta:"Vuoi che te lo faccia vedere?"

domenica 17 febbraio 2013

Bentiu, ultima corsa



Fiato corto, il fango secco scricchiola sotto i piedi, una mattina di gennaio a Bentiu, la mia ultima corsa in sud Sudan. Per la verità sono state poche, pigrizia, lavoro, alta mobilità fra i 2 campi rifugiati e la base di Bentiu, tanto fango e poi la pesante malaria di Ottobre hanno contribuito a rendere le mie corse davvero sporadiche. Tempo di bilanci e di “ultime volte”.
L’ultima tappa alla panetteria di Mohamed, l’allegro signore, anzianotto e pacioccone, dalla pelle color del rame, incorniciata da una barba d’argento ed un cappello bianco, cilindrico e un po’ consumato, il suo negozio è nel souk (mercato) di Rubkona, nelle vicinanze l’ufficio di CARE International e di un paio di agenzie delle Nazione Unite, vende il più buon pane di tutta Bentiu, morbido, lievitato, soffice, al contrario dell’ esh, piatto, bianco, non lievitato e senza sale, quello che spesso in Italia chiamiamo “pane arabo”. Mohamed è stata una tappa fondamentale di ogni visita sul campo. Sveglia presto, preparativi pre-partenza, un occhio alla mail, una saluto a Daniela su Skype e poi via, Land Cruiser carico di materiale, telefono satellitare carico, radiotrasmittenti accese e quell’eccitazione mista ad entusiasmo che sempre c’è nell’aria all’inizio di ogni visita sul campo, che poi altro non è che un viaggio, di lavoro, ma pur sempre un viaggio.
L’ultima visita sul campo, l’auto dondola lenta per le vie di Bentiu, donne magrissime con enormi carichi in testa oppure sedute al mercato improvvisato a vendere zucchero, di cui i sudsudanesi sono assai ghiotti. Polvere, c’è tanta polvere in questo periodo, da due mesi niente piogge, l’ultima pioggia che ho visto è stata quella che mi ha fatto passare la notte in macchina con Afayo, a fine Ottobre, bloccati nel fango in attesa di soccorsi. Appena fuori Bentiu tappa da Mohamed, pane e qualche soda, compro anche un po’ di sale, da aggiungere al pane di Mohamed per insaporirlo un po’. Poi via verso nord, attraversando i campi petroliferi, le enormi pianure dominate da branchi di centinaia di mucche al pascolo, controllate da magrissimi pastori dinka, a volte provvisti di mitra AK-47, anche conosciuto come Kalashnikov, secondo voci ben informati reperibile senza in zona (ovviamente senza licenza) per circa 200 dollari, lo stipendio mensile della nostra donna delle pulizie-cuoca.
Ultima visita a Pariang, qualche successo e molte battaglie perse, 6 mesi intensi fra campi rifugiati allagati, campi che sono acquitrini, i ragazzi del progetto che cercano di far crescere pomodori, melanzane e cipolle su una terra difficile, prima molle come argilla poi dura come il carbone. Le lunghe giornate a camminare per Pariang con Kuol e le centinaia di buche scavate per niente per piantare alberi che poi abbiamo dovuto spostare di nuovo, alti a bassi di 6 mesi vissuti intensamente, fra la mancanza di elettricità, la rete del telefonino che c’è come se non ci fosse e tanti piatti di riso e lenticchie (a proposito, incredibile a dirsi ma mi mancano già un bel po’ le lenticchie).
L’ultima volta a Nyeel, il campo rifugiati in miniatura ma dove si trova gente dal cuore grande, e a volte anche dalla testa dura, gente do montagna, montagne Nuba, diretti, pronti a criticare errori ma anche a riconoscere quando le cose vanno per il verso giusto, gente orgogliosa ma anche africanamente ospitale e sorridente.


Ultimi sguardi su una terra aspra, dalla savana secca che dall’altro diventa una pelle di leopardo a causa degli enormi ed estesissimi incendi di questo periodo dell’anno, volontari o meno rendono l’aria carica di cenere che penetra in casa e si deposita ovunque, il cielo diventa più opaco e aleggia, portato dal vento, un forte odore di erba bruciata.
Ultima serata al Grand Hotel, con i colleghi di altre ONG, sedie di plastica, una notiziario in kiswahili lla TV, birra Red Horse calda, qualche verde latina di Heineken sul tavolo, sigarette keniane di sottomarca, chiacchere indistinte, racconti di incertezza e frustrazioni, io alzo gli occhi e guardo il cielo stellato di questo Sud Sudan così instabile e cosi complesso, affascinante e  selvaggio.
Ultimo abbraccio a Michael nel buio della notte e penso ai 6 mesi trascorsi insieme, un grande amico, tante serate, tante ore di lavoro e sudore insieme, tante notti in tenda, ognuno chiuso un po’nel suo mondo a ritrovare le energie per affrontare la giornata successiva, come lumache che si ritirano nel proprio guscio, la sera si parla poco, bisogna staccare, musica, affetti, qualche telefonata oltre confine e qualche serie televisiva.
Sto sedimentando ora l’esperienza in Sud Sudan, ci impiego tempo ad elaborare emozioni, esperienze, punti di vista, da fuori sarà più facile ora che ho lasciato la terra dei pastori dinka, dei falchi e delle pianure del Nilo a perdita d’occhio.

Il sempre saggio Liniers:
"Non devo sprecare il mio tempo"

martedì 1 gennaio 2013

Marrone



L’ombra del falco si muove leggera strisciando sulla sabbia, fine e marrone, bimbi nudi in braccio a bimbi dai vestiti stracciati, rotti in più punti e sporchi. Vestiti un tempo belli, su bambini europei puliti, pasciuti e coccolati ora qui, a Nyeel, brutti e invecchiati, la gonna da ballerina bianca è diventata color terra, terra marrone e secca. Il contrasto con il viso gioioso ed il sorriso aperto dei bambini è netto. “What is my name?” dice la voce squillante di una bambina dai capelli intrecciati con elastici colorati apposta per il Natale. In realtà intende chiedermi come mi chiamo io, ma non importa, l’importante è capirsi. Le rispondo: “Stefano, and you?”, lei non mi risponde e se ne va timida. Immergersi a Nyeel fra pance rotonde, gonfie, nasi mocciosi, bocche sporche, piedi scalzi e sentirsi chiamare kawaja (uomo bianco) mi da gioia e mi fa sentire sereno, sicuro e protetto dalla presenza di centinaia di bambini grandi, piccoli e piccolissimi tutti interessati morbosamente alle bottiglie di plastica vuote, chiamate kristal. Rari i giochi, un bastone senza corteccia, il coperchio di una lattina che conteneva l’olio delle razioni di cibo, un chiodo dimenticato da carpentieri sbadati ed ecco un’automobile; qualche hoola-hop nuovo ricevuto per Natale, una corda attaccata ad un bastone da far vibrare nell’aria ed ecco un passatempo musicale, la fantasia di sicuro non manca.

Il vento soffia sopra il Sud Sudan marrone, in questo periodo il Sud Sudan, o almeno questa sterminata pianura di nera terra del Nilo ricoperta di erba secca, diventa marrone. E’ marrone l’acqua degli hafir (serbatoi scavati nella terra per accumulare l’acqua) dalle ultime piogge ormai sono passati quasi due mesi, l’erba è di un marroncino chiaro, quasi giallo, ma senza vita. E’ il tramonto di un giorno qualsiasi e le mucche tornano dal pascolo, sono marroni anche loro, provo a contarle, impossibile, in lento movimento disordinato, si fermano a bere ad un hafir, muggiscono, il sole, arancione e stanco di tanto brillare va a riposarsi, e la brezza serale, rinfrescante dopo un giorno secco e torrido, entra nei capelli portando con se anche la polvere, marrone anche lei. E’ marrone il sorgo maturo, le canne, alte anche 2-3 metri, cariche di palline marroni, è tempo di raccolto, un raccolto marrone. Sono marroni le case della gente, di fango I muri e di paglia il tetto, Jackline sta lisciando il fango nuovo che ha appena spalmato per coprire le vecchie crepe sul muro esterno di casa. Jackline, sudata e circondata di bambini, ci invita ad entrare: “Pranzate?”, sostiene Kuol che ha fame ed è ora di pranzare, oggi si mangia akob, fatto di farina di sorgo fatto di sfere marroni delle dimensioni delle palline del polistirolo e acidule foglie di acacia, verdi, fresche, il tutto arricchito e insaporito da una sorta di burro, amaro e saporito, quasi formaggio liquido. Il primo cucchiaio mi intimorisce un po’, ma il sapore non è male, certo, non è un sapore della nostra cucina ma si lascia mangiare. Jackline e sua sorella prendono 2 cucchiai giusto per farci compagnia ma lasciano il cibo quasi tutto per noi, un piatto solo, 4 cucchiai, si mangia insieme ma, in quanto ospiti dobbiamo rendere onore all’invito e finire tutto. Intorno, muri marroni, ben levigati e senza finestre, gli occhi abituatisi all’oscurità si incrociano con quelli di bambini giocherelloni e spensierati che ci guardano fra il curioso e il divertito. Il figlio più piccolo di Jackeline, pochi mesi, gattona impacciato sul pavimento di terra battuta e sabbia, le mani grattano sul pavimento ruvido, il sedere nudo ricoperto di polvere marrone e la piccola canottiera, più marrone che bianca,che doveva essere il suo colore originale. Mani piene di sabbia impastata con la saliva da mettere in bocca ed un braccialetto di stoffa nera allacciato al polso per proteggere il bimbo dalle malattie. 

La mamma di Jackline entra nel tukul (abitazione tipica Sudanese) è tornata dai campi, salute con salam alekum, sopra il letto una croce di legno, pitturata di rosso ad un estremo, fatta con due bastoni, credo serva per pregare, questo accostamento mi fa provare una sensazione strana perchè mi accorgo di aver sempre associato questo saluto in arabo a persone musulmane. La mamma di Jackline si siede e mangia, dietro di lei il muro con verniciato di fresco il numero “2013” e dalle due parti “Buon Anno”, a sinistra in inglese, a destra in arabo, sintesi di un Sud Sudan ancora sospeso fra le sue due lingue coloniali. Jackline è cresciuta a Khartoum, scappata dalla guerra che divampava in tutto il Sud, è tornata solo nel 2006 dopo gli accordi di pace. Sostiene Kuol che si nota dal suo comportamento e dai suoi atteggiamenti che è cresciuta al Nord, sostiene Kuol che chi è cresciuto a Khartoum è più pigro e indolente di chi è cresciuto al Sud o come rifugiato in Uganda o Kenya, come lui. Sara’…annuisco e chiedo il perche’, farfuglia qualcosa che non capisco mentre usciamo da casa di Jackline, lei mangiera’ akob anche stasera, a meno che non prepari la kisra, una specie di enorme piadina fatta con la farina di sorgo e da accompagnare alle lenticchie. Questi sono i due piatti base della cucina dinka, niente scelta per Jackline e i suoi figli. Sostiene Kuol che, chi è cresciuto a Khartoum ha abitudini diverse da chi è rimasto sul posto. Sostiene Kuol, balbettando, che nella tribù dinka, la moglie, quando è incinta del primo figlio, va a partorire a casa della sua famiglia originaria e ci rimane anche per un anno o due, cosi la mamma le può insegnare come prendersi cura del neonato, come lavarlo, vestirlo, allattarlo e svezzarlo. Nel frattempo si vede solo raramente col marito, il quale comunque, nel frattempo, se ha abbastanza mucche, può anche sposare una seconda, terza o quarta moglie. Penso che questa forma di trasmissione della conoscenza da madre ha figlia sia originale ma sensata. Sostiene Kuol che cammino troppo piano, camminiamo sotto il sole cocente da stamattina e a me piace anche guardarmi in giro. 

Nel frattempo una signora, alta, magra, in un lungo vestito, sporco e stracciato, marrone, ci insegue, borbottando in lingua dinka, è “la matta del villaggio” e porta con se sua figlia di circa 4 anni. Provo dolore nel pensare a come viva quella bimba, lei, silenziosa e serena al fianco di sua mamma mi guarda con aria felice. Sostiene Kuol, che vendendo alcol fatto in casa a Khartoum la signora oltre a venderlo, lo assaggiava pure, probabilmente per non sentire i morsi della fame e della disperazione in cui viveva, questo ha le sue conseguenze. Camminiamo insieme, si alza il vento da nord, polvere marrone e sottile fra i capelli, mi passo la mano sulla fronte sudata, mi guardo la mano, è marrone anche quella.

Felice Anno Nuovo, con Liniers:
Egberto Luis, il signore piu impaziente del mondo...


domenica 2 dicembre 2012

Petrolio, falchi e avvoltoi



Il camino fuma in lontananza, “hanno fatto ripartire la produzione di petrolio”, sostiene laconico Afayo: piccolo, magro, spalle larghe, capelli rasati a zero come la maggior parte dei sudsudanesi, viene dal sud Afayo e ha molti caratteri in comune con gli africani che già conosco, parlando in inglese usa frasi come: “Mangerò il Natale a Bentiu” per dire “Trascorrerò il Natale a Bentiu” oppure usa la parola “dolce” per riferirsi a qualsiasi cosa saporita, anche fra quella salate: quell’animale (una specie di faraona selvatica) è piu dolce del pollo”, un uso molto strano per noi italiani. Afayo ha lo sguardo timido, spesso abbassa la testa quando gli si pone una domanda, parla poco e mai a caso, a volte quando non vuole dire le cose si morde le grandi e larghe labbra carnose, ha una bocca larga ma la usa poco, in compenso sorride molto, sorride spesso. Quella bocca la ricorderò per sempre, dopo aver trascorso una domenica sera ad illuminarla con la luce del mio telefonino (la luce sul telefonino ha cambiato la vita di chi vive in Africa) mentre un dottore ugandese gli strappava un dente cariato. Afayo è uno degli autisti della nostra organizzazione, avrà 25 anni ma è un ragazzo calmo, posato e responsabile, non beve e guida a velocità moderata, sempre, non suona troppo il clacson, qualità rara qui, non insulta passanti distratti, bimbi giocosi e lenti vecchi cenciosi che pullulano sulle polverose strade del Sud Sudan. Afayo è una brava persona ed è facile lavorare con lui, mi piace davvero molto e quando viaggiamo insieme è bello fare una chiacchierata con lui.
Sono in Sud Sudan da 4 mesi ormai, ma se penso ai miei primi e ormai già lontani ricordi mi sembra di aver vissuto in due paesi completamente diversi. Sono arrivato che le pianure del Sud Sudan settentrionale erano una distesa di smeraldo peloso, una coperta verde di erba alta punteggiata da alberi verdi e rigogliosi, tanti acquitrini, vaste pianure allagate a perdita d’occhio, il fango era il compagno delle mie giornate. Nei campi profughi regnava il fango, mescolato alle tracce biologiche dell’esistenza di questi esseri umani fuggiti dalle montagne Nuba. sulle montagne si spara, e queste anime disperate sono finite nel fango di Pariang a tirare avanti mangiando polenta di sorgo e lenticchie, ricevute una volta al mese dall’Altro Commissario delle Nazioni Unite per i Rifugiati. Sulle montagne Nuba si continua a sparare e la gente continua a fuggire, circa 2,000 a settimana passano il confine ma qui il fango si è asciugato ed è diventato rossa terra polverosa che il vento di fine novembre alza e porta, sulla pelle, negli occhi, fra I capelli e più lontano.

Ad Addis Abeba i pasciuti politici di Juba e Khartoum hanno firmato scartoffie simbolicamente importanti ma che difficilmente risolveranno una delle questioni più complesse dell’attuale situazione geo-politica internazionale. La creazione dello Stato del Sud Sudan ha creato almeno altrettanti problemi di quanti non ne abbia risolti: incertezza sui confini e molti territori contestati, traffici commerciali bloccati con pesanti conseguenze sulla sicurezza alimentare ed il costo della vita per gli Stati del Sud Sudan settentrionale legati a doppio filo a Khartoum, tensioni fra i due eserciti alle prese con la guerriglia del Darfur, delle montagne Nuba e dello Stato del Nilo Blu, tutti situati in Sudan ma al confine col Sud Sudan, tutti alleati contro Khartoum e ora saldati in un Fronte Nazionale, segretamente ma poi neanche tanto, appoggiato dal governo Sud Sudanese. Ma il fattore di gran lunga più importante della contesa è la maledizione nera, chiamato anche, ingannevolmente, “oro nero”.
Lo Stato di Unity (cioè Unità) galleggia letteralmente sul petrolio, niente a che vedere con gli immense giacimenti petroliferi dell’ Iran, dell’Iraq, della Nigeria o del Venezuela ma pur sempre importanti riserve di petrolio. Il  territorio è piatto, appoggiato sui detriti millenari del serpeggiante e maestoso Nilo bianco e ricoperto di una spessa vegetazione secca e giallastra, almeno in questo periodo dell’anno. Questa non è l’Africa da cartolina, non è l’ Africa di turisti con cappelli ridicoli e vestiti come David Livingstone e nemmeno l’Africa delle spiagge bianche con le mucche e le donne avvolte da vestiti colorati, questa è l’arida terra dei falchi e a giudicare dal numero di falchi, anche la terra delle vipere e dei serpenti. Un ambiente duro, secco, primitivo, dove ogni goccia d’acqua è preziosa e i falchi la fanno da padroni. In mezzo a questa campagna dura ed incontaminata ci sono stormi di uccelli bellissimi, gialli, in stromi di alcune centinaia che volano di campo in campo a mangiare il sorgo dei poveri contadini, oppure rossi, come il sangue versato durante le battaglie combattute da secoli fra Dinka e Nuer, tribù sorelle impegnate da sempre in una eterna ed infinita lotta all’ultima mucca. Le mucche sì, talmente importanti e rispettate che l’impostazione culturale dinka impone alle donne di starne lontane dalla cura delle mucche, troppo importanti perché se ne occupino degli essere “deboli ed inaffidabili” come le donne. L’unica cosa che le donne possono fare con le mucche è mungerle, per tutto il resto l’uomo la fa da padrone e decide, e spesso è l’unica cosa che fa. L’uomo solitamente delega alle donne tutto il resto: il compito di crescere i bambini e le bambine, sfamarli, lavarli, educarli e pensare a tutto ciò che serve per la casa dalla legna all’acqua, dall’agricoltura al piccolo commercio. Dinka e Nuer popoli guerrieri e fieri, dall’orgoglio feroce, impulsive, distruttivo e autodistruttivo, un orgoglio che si riflette nella vita di tutti I giorni con conseguenze violente in una terra dove sopravvive solo il più forte. Basta guardarli in faccia i Dinka e I Nuer, sguardi severi, volti spigolosi, fronti basse, rigate per lungo da cicatrici rituali che affondano le radici in una storia senza tempo, profondità e memoria.

La piatta pianura intatta e selvaggia è stuprata da oasi di modernità volgare, dietro una curva compare un mastodontico deposito di petrolio, appena fuori un villaggio di fango e malaria ecco le tubature dell’ oleodotto che porta questo veleno nero a Port Sudan. E allora forse si capisce perché questa zona di confine sia cosi importante ed ambita. Ecco che forse si spiegano le lunghe colonne di auto con mitragliatori, mortai e cannoni di gruppi ribelli in sfilata in pieno giorno, braccia di menti fredde e corrotte che siedono a pancia piena dietro agli scranni dei parlamenti nazionali. Sulle montagne Nuba si uccide e si è uccisi, si fugge dalle bombe la vera partita si gioca altrove: Juba, Khartoum, Washington, Pechino, Bruxelles. I falchi , I corvi e gli avvoltoi che giocano sulla pelle dei sudanesi, giovani e vecchi, Dinka o Nuer non importa, tutti fili d’erba della battaglia fra elefanti malati che combattono per un mondo sempre più a rischio.
Basta guardarsi attorno mentre si percorrono le polverose piste di polvere di Unity per capire perché il 100% dei pozzi d’acqua della contea di Koch sono gravemente contaminate e l’acqua non adatta per il consumo umano. Pozzi avvelenati da metalli pesanti che staranno nella terra argillosa, dura e secca per secoli, souvenir ai posteri di una maledizione nera che prima o poi finirà. E le ONG che fanno? Al momento raccomandano che è meglio berla quell’acqua inquinata piuttosto che morire di sete, pensiero freddo, razionale e sensato ma terribilmente triste ed ingiusto. Cosi si chiude la riunione delle ONG, un grido di rabbia e disperazione mi si soffoca in gola, in fondo non ci si può far niente, per ora…

Da Liniers, con amore, per Daniela:


sabato 13 ottobre 2012

Tutti figli di un donna



Stivali da pesca di gomma nera, camminiamo su un verde tappeto d’erba alta 30-40 centrimetri, il fango sotto i nostri piedi si squaglia come se camminassimo sul pongo, gli alberi, radi nelle vicinanze, più fitti in lontananza, fra noi e loro solo una piatta, verdissima prateria allagata. Questo è il Sud Sudan durante il periodo delle piogge, acquazzoni ogni 2-3 giorni e sole che batte forte gli altri, facendo evaporare l’acqua da pozzanghere di fango grigio e acquitrini popolati da migliaia di rumorose rane gracidanti. Michael sta in piedi a braccia incrociate e parla ai ragazzi, tutti rifugiati, membri del comitato agricolo del campo profughi di Pariang, popolazione: solo 1,200 quasi tutti studenti, il campo è una filiazione per sudenti delle superiori del ben più grande campo di Yida, a pochi chilometri a nord, verso il confine, popolazione: 65,000 ed in continua crescita. Yida e’ come un capoluogo di provincia sorto in poco più di un anno a causa dei combattimenti fra esercito regolare sudanese e ribelli dell’ Esercito Popolare di Liberazione del Sud Sudan (SPLA) che ha uno dei suoi centri sulle montagne Nuba.
Michael e’ un agronomo sudsudanese ma ha studiato in Uganda, qualche mese di esperienza con una ong locale in Sud Sudan e poi l’occasione di lavorare con una ong internazionale. Nel frattempo ha anche scritto dei discorsi per una parlamentare del nuovo governo del Sud Sudan ma è rimasto scandalizzato dalla mancanza di preparazione della parlamentare, la quale, afferma, legge discorsi che non capisce e se ne prende tutti i meriti, sveglio ed orgoglioso Michael. Lo chiamo Michael, ma forse sarebbe meglio chiamarlo Saviour – “Salvatore”, come fanno gli amici e i familiari, 23 anni, poco più di un metro e settanta, corporatura snella, non molto muscolosa ma piuttosto nervosa, un sorriso largo, aperto e lo sguardo a volte timido a volte furbo. Ora Saviour insegna ai rifugiati come coltivare questa terra difficile, argillosa ed allagata, ma da piccolo, da bambino è stato un rifugiato a sua volta. Originario dello stato dell’ Equatoria Orientale, al confine con Uganda, Kenya ed Etiopia, si è ritrovato a crescere in uno dei tanti campi rifugiati per sud sudanesi ospitati dall’Uganda. A suo dire, fra tutti, lo stato più accogliente verso i sud sudanesi in fuga dal conflitto civile durato dal 1983 al 2005.
E’ una nera notte stellata di Bentiu, fangosa e piena di insetti ronzanti nell’aria quando Saviour mi racconta come abbia avuto quel nome (gli altri sono Selle, Faustus e Michael) da un dottore locale amico di famiglia, per lui, i genitori prevedevano una carriera da medico, in particolare anestesiologo, ma fin da adolescente lui aveva deciso di diventare agronomo, e così è stato. Fin dalle elementari ha dato prova di essere uno studente sveglio, brillante e dotato, al di sopra della media, tant’è che lui ed un suo amico, che lui definisce “genio”, in quanto più intelligente di lui, in soli 4 anni hanno portato a termine le scuole elementari, che ne richiederebbero 7. Questo essere continuamente promossi a classi superiori aveva perfino suscitato perplessità da parte della mamma, preoccupata che il figlio crescesse troppo in fretta e sovraccarico di pressione, lezioni e compiti da portare a termine. Savior è uno dei tanti africani cresciuto quasi esclusivamente dalla propria madre, un padre c’è, dice, da qualche parte in Equatoria Orientale, a volte si fa sentire, ma molto di rado, impegnato fra lavori e altre vite, con altre mogli e altri figli, a tal punto da dimenticarsi della prima moglie e dei figli avuti con lei. La mamma di Saviour, che lui adora, ha fatto una brillante carriera come segretaria di ong e agenzie bilaterali e delle Nazioni Unite attive nei campi rifugiati, potendo contare solamente sul suo stipendio da segretaria ha già portato 3 figli, tutti maschi, alla laurea, ed il più piccolo sta per terminare la scuola secondaria, andrà anche lui all’università l’anno prossimo. Saviour dice che la mamma non ce l’avrebbe mai fatta a mandarli tutti a scuola se il secondo figlio, particolarmente intelligente, non avesse ricevuto una borsa di studio dal governo sud Sudanese per studenti particolarmente meritevoli. Infatti, diversamente da come accade spesso in Africa, il fratello più grande, ormai un uomo d’affari nell’ est dell’Uganda, non si è mai sentito in dovere di aiutare economicamente i fratelli minori, perciò il carico è ricaduto interamente sulla madre anche per i 3 figli successivi.
Saviour si illumina quando parla della mamma, ed è contento di andarla a trovare durante le vacanze che stanno per cominciare. La mamma ora vive lungo il confine fra Uganda e Sud Sudan e vive gestendo i terreni che ha comprato e le case che ha costruito nel tempo con i risparmi del suo lavoro da segretaria. Saviour è consapevole di essere stato cresciuto da sua mamma e questo influenza anche il suo approccio al lavoro, osservandolo all’opera, l’ho sentito molte volte riprendere i suoi colleghi o i ragazzi coinvolti nel progetto che avevano trattato male o comunicato in maniera offensive con le ragazze coinvolte nei nostri progetti, Saviour non tollera di veder trattar male le donne e dice, candidamente: “In fondo siamo tutti figli di una donna, veniamo da una donna, perché dovremmo trattarle male?”.


Dopo due birre, tiepide perché il generatore non funziona bene, nella penombra di una serata in un bar di Bentiu, lasciata da parte la routine lavorativa, ci lasciamo andare anche a qualche discorso un po’ più intimo. Saviour ha una ragazza, stanno insieme da 3 anni e davvero la considera la ragazza della sua vita, sembra innamorato, ed è convinto che si sposeranno, quando lei avrà finito gli studi universitari. Anche la ragazza studia a Kampala ed è al suo primo anno e sarà la seconda persona che andrà a trovare durante le sue vacanze. Mi dice di essere un po’preoccupato perché lei non va d’accordo con il suo gruppo di amici maschi e quindi sarà difficile riuscire a vedere tutti nei pochi giorni che trascorrerà a Kampala. Ha piani per loro come coppia e dice che sta risparmiando per il futuro e per una futura vita insieme.
Per molti aspetti la vita di Saviour potrebbe essere considerate “normale” dal punto di vista di un europeo: l’università, un buon lavoro, una ragazza che ama…tutto questo cambia all’improvviso  quando si toccano i ricordi d’infanzia e racconta come da rifugiato nei primi anni si sentisse addosso l’etichetta di “diverso” in quanto sudsudanese rifugiato in Uganda. Aggiunge che comunque l’integrazione in Uganda è stata più facile per lui che per i suoi amici che sono finiti in Kenya o in Etiopia. L’ apparente normalità della vita di Michael si infrange quando racconta che a 7-8 anni dovendo recarsi a Kampala per frequentare le scuole elemetari doveva attraversare un territorio controllato dal famigerato Lord Resistence Army – Esercito di Resistenza del Signore - di Joseph Kony. Per percorrere 2-300 chilometri dice che ci si impiegava tutto il giorno. Dapprima c’era la raccolta di tutti gli autobus e di tutti I passeggeri in un unico punto per formare una carovana, seguiva un pattugliamento dell’esercito, che con mitra spianati percorreva il tratto di strada in perlustrazione avanti ed indietro. Dopo aver avuto il nulla osta dell’esercito la carovana procedeva lentamente attraversando il macabro regno di Kony. Saviour dice che  sull’autobus nessuno parlava e c’era un silenzio surreale rotto solo dal borbottio del motore e dai cambi di marcia dell’autista; per 2 o 3 ore sull’ autobus nessuno parlava, beveva o mangiava, nessuno faceva nulla, la mente di tutti monopolizzata da un unico pensiero: il terrore di un assalto dei ribelli, spesso drogati, del  Lord Resistance Army a caccia di soldi, cibo e di qualsiasi cosa che avesse un minimo valore e pronti a far fuoco per un nulla o anche solo per incutere ulteriore terrore. Racconti di tutti i giorni da un’ Africa sospesa fra normalità e tragedia, donne coraggiose e figli orgogliosi, discriminazione e fulgidi esempi di forza al femminile, gente lavoratrice e onesta e bande armate criminali, rifugiati di guerra e accoglienza di chi ha non ha niente da parte di chi ha poco. Tutto questo e molto di più è l’Africa che sto vivendo, questo continente contraddittorio, affascinante, assolutamente imprevedibile ma sempre vivo e ricco di sorprese e scoperte, soprattutto umane.


Enriqueta, Fellini e l'arte di vivere...
1. Cosa ti succede? 2. Credo mi sia andato bene l'esame di storia - Però ancora non ti hanno dato il voto? No 3. E ti sembra il momento di festeggiare? 4. si...se alla fine prendo zero almeno ho fessteggiato...non vedo il problema!


domenica 2 settembre 2012

La cupola azzurra e la capanna di canne

Campo profughi di Pariang- in bianco gli alloggi, a sinistra le scuole per i rifugiati


Nove di mattina, assolata, calda, domenica mattina a Pariang, nel nord del Sud Sudan, nuvole lunghe, alte e sottili, spalmate sul cielo azzurrino, una cupola immensa, larga  e aperta come solo alcuni cieli d’Africa possono essere. Cammino con Michael, il nostro agronomo, la lunga strada dritta che attraversa il villaggio, terra marrone, chiamata marram, l’unica che drena un po’ l’acqua che cade quando la cupola azzurra diventa grigia, cupa e minacciosa, e poi piange. Cerchiamo un trattore per portare del materiale a Nyeel, a 40 chilometri da qui, e’ l’ unico mezzo che puo’ farcela in questa stagione, ma trattori non ce ne sono, mi guardo intorno, cerco un posto per comprare una ricarica telefonica, vedo una ragazza, seduta su uno sgabello basso, frigge qualcosa, sembrano frittelle, ne compro 3 per un pound, un quarto di euro praticamente, il locale mi ispira e propongo a Michael di entrare per un the, abbasso la testa per entrare nella capanna di canne, 4 metri per 5, il sulo rugoso, irregolare, in terra battuta, calpestata da mille piedi e sporca di farina e chissa’ cos’altro. Ci sediamo sulla sedia di platica marroncina, mi guardo attorno e c’e un vecchietto e 4 o 5 ragazze sedute a bere il the, non parlano, sembrano rilassate e e serene, sicuramente non indaffarate, una sorseggia the all’ibisco, chiamato karkade’, ne provo uno anch’io, dolcissimo, mezzo bicchiere di zucchero  in un bicchiere di the, arrivano le frittelle, 4 al prezzo di 3, la ragazza ci aggiunge un cucchiaio  di zucchero sul piattino delle frittelle, dolci, ma nemmeno troppo unte, chiacchero con Michael, mi racconta che la sua ragazza e’ in Uganda e andra’ a trovarla ad inizio Ottobre, concordiamo le ferie, anch’io devo andare a trovare la mia, qualche centinaio di chilometri piu’ a sud e qualche settimana dopo. Michael mi piace, e’ sveglio e lavoratore, mi trovo bene a lavorare insieme a lui, e’ piu’ maturo della sua eta’, classe 1989.

Una delle strade principali, direzione Yida, verso il confine col Sudan


Una bimba di circa 10 anni ci porta il the, poi torna ad accovaccarsi per terra, sta pestando le spezie che aromatizzeranno il caffe’ che sua mamma sta arrostendo sul fuoco di carbonella, l’odore pungente del caffe’penetra prepotentemente nelle narici, punge quasi, svegliando i pigri neuroni della domenica mattina. La signora del caffe’ veste di viola, un vestito lucido e dale tinte forti, un viola acceso con ricami neri, il volto altrettanto nero, come il caffe’ che sta tostando, il sorriso largo e aperto, come i cieli d’Africa, una fascia viola in testa fatta della stessa stoffa del vestito. Blu, come il telo di plastica che copre mezza della parete che ho di fronte, marroncino come i pezzi di cartone che sporgono dal soffitto di canne, giallo come I vestiti di due ragazze che si alzano e se ne vanno. L’ essenzialita’ del posto e’ rilassante, vera, umana, calda e accogliente. La capannina del caffe’ e’ in realta’ un mini-supermercato, all’entrata il cibo, le frittelle, a sinistra il “negozietto”, una vetrina di 4 ripiani fornita di zucchero (ovviamente), sigarette keniane, benzina, olio motore, forbici di plastica colorate dalla Cina, biscotti, ovviamente i Glucose, prodotti a Dubai con ingredienti di dubbia provenienza ma presenti ovunque in Africa, almeno tanto quanto Pepsi e Coca-Cola, le imprese avvelenatrici di falde acquifere e diritti umani e sindacali che arrivano ovunque. Annuso lo zenzero che la bambina sta ora pestando e ordino un caffe’, sono curioso di assagiarlo, senza zucchero, specifico questa volta, arriva ed e’ buonissimo, chiedo anche un altro bicchiere, vuoto, per raffreddarlo, come al solito non riesco a bere le bevande troppo calde, chissa poi perche’, Michael ride…

Allagamento a Pariang

Siedo e mi guardo intorno, fronti rugose, volti giovani segnati dalla fatica, dalla cattiva e carente alimentazione, e poi chi lo sa, dallo stress generato dalla lunga lotta per l’indipendenza di questo paese che sta avviandosi a compire i suoi primi passi ma che ancora fa fatica a reggersi in piedi, sotto il vento di poteri piu’ forti e piu grandi. Mi sento in pace ed accolto, come in quel chiosco di Bhopal dove ho mangiato dei gustosissimi falafel nel quartiere musulmano, come in quel ristorante di strada dove ho mangiato dei saporitissimi spiedini con padre Natale e Dario, come da babu a mangiare uroyo, kachori e sorseggiando infuso di zenzero, un respiro  di umanita’ che riempie gli occhi di calore, accoglienza e felicita’. E ora sono qui, sotto un’acacia a scrivere su carta i miei pensieri sparsi come non mi succedeva da tempo, ma l’assenza di elettricita’, di benzina per il generatore e le poche batterie del mio computer mi hanno spinto a riapprezzare il piacere di disegnare parole blu su sfondo bianco, il negative del cielo sopra di me, questa immense cupola azzura con disegni bianchi che sono immagini e parole, che sono passeggere ma sempre presenti, che sono sogni e speranze.

Liniers, con Fellini e Enriqueta:
( Fellini: "Torni perche' ti manco?")